Iyad Twal: 'La Giordania, la sua Chiesa e la sete di pace in Terra Santa'
Alla chiesa del Battesimo di Gesù ad al-Maghtas questa mattina l'ordinazione episcopale del nuovo vicario per la Giordania del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Il suo racconto ad AsiaNews: "Esserci per tutti è la nostra vocazione. La proposta di Trump di mandare qui i palestinesi? Non la consideriamo nemmeno: aiutiamo a ricostruire Gaza. Per la Terra Santa continuo a sognare due popoli con gli stessi diritti, oggi non è così".
Amman (AsiaNews) - Zampogne festanti questa mattina alla chiesa latina del Battesimo di al-Maghtas hanno accolto mons. Iyad Twal, 51 anni, nuovo vicario per la Giordania del Patriarcato Latino di Gerusalemme, per la sua ordinazione episcopale. Dal luogo più basso del pianeta, al confine con una terra ancora troppo martoriata dalle sofferenze, la Chiesa giordana - giunta qui da ogni angolo del Paese - ha abbracciato il suo nuovo pastore, accompagnato dal patriarca latino, il card. Pierbattista Pizzaballa, che ha presieduto il rito. Nominato vescovo ausiliare nello scorso mese di dicembre, mons. Twal ha incontrato AsiaNews due giorni fa nella sede del Vicariato patriarcale di Giordania, al numero 28 di Princess Alia Street ad Amman. Di seguito pubblichiamo l’intervista che ci ha rilasciato in occasione di questa giornata importante per la Chiesa di Terra Santa.
Mons. Iyad Twal, come vede il suo prossimo ministero in Giordania, considerato il contesto difficile della regione, con il dilagare dei conflitti armati?
Le difficoltà sono ovunque, le ho vissute anche quando ero assistente in una parrocchia a Roma. Che sia a Gerusalemme, in Europa, America, o Russia, c'è sempre una Chiesa in un particolare contesto. Allora, è bene pensare a come vivere la nostra missione qui. In Giordania, come nella Terra Santa, abbiamo una missione bellissima. Io conosco bene che cosa sta succedendo intorno a noi, a tutti i livelli. Però non vado subito a discutere con i nostri fratelli non cattolici, musulmani, o provenienti da Siria, Iraq, Palestina, Egitto, o Israele. La prima domanda che mi pongo è: come vivo io, come cristiano, prima, e come sacerdote e vescovo, poi?
Il motto da lei scelto è “Testimoniare il Vangelo della grazia di Dio” (Atti 20, 24). Come farlo oggi, in un Paese dove i cristiani sono minoranza?
Le quantità sono importanti, ma in fondo, come diceva papa Giovanni Paolo II, siamo anche pronti a tornare in dodici, come i discepoli, nel senso che non dobbiamo sempre cercare i numeri. La nostra missione è in Giordania, dove abbiamo dei buoni rapporti con tutti: il governo, la famiglia reale, i cristiani non cattolici, i musulmani. Ci stiamo bene; abbiamo le nostre parrocchie, un bravo clero, tantissimi laici molto attivi. Con Caritas, ad esempio, svolgiamo una missione sia per noi sia per gli altri intorno a noi, come i profughi e i poveri. Esserci per tutti è la nostra vocazione.
Lo scorso ottobre papa Francesco scriveva ai cristiani del Medio Oriente “diventate germogli di speranza”.
All'università insegnavo filosofia a cristiani e a non cristiani. Non ho mai imposto a nessuno di chiamarmi abouna, o di trattarmi come voglio io. Nell'ambiente accademico si può sempre discutere, dialogare, avere un rapporto sereno e maturo. Le ragazze musulmane, più che i ragazzi, venivano a farmi delle domande che, poste a loro papà o a un amico, potevano essere pericolose. Avere questo rapporto sereno, d'amicizia, è la base di tutto, con i cristiani e anche con i musulmani, che vedono una testimonianza umana attraverso la quale si può dire che Gesù Cristo è figlio di Dio. Possono anche dirti che non sono d’accordo, ma se vedono che c'è il rispetto e la fiducia, possiamo affermare facilmente che nonostante la differenza c'è già qualcosa in comune.
La Giordania ospita luoghi santi importanti, non da ultimo il sito del Battesimo. Ora però anche i pellegrinaggi risentono dell’instabilità.
Per me i luoghi santi sono molto importanti perché sono cresciuto qui e ho svolto il mio servizio vicino alla basilica della Natività, al Santo Sepolcro. Parliamo sempre della storia della salvezza: non ci può essere senza una geografia della salvezza. Nello stemma episcopale ho inserito il sito del battesimo: proprio lì Giovanni Battista ha battezzato Gesù. Poi, vicino a Madaba, dove sono cresciuto, c’è il monte Nebo, legato alla storia di Mosè. Sto lavorando con il ministero del turismo per invitare le persone a visitare la Giordania ancora e non per un motivo economico: per venire come pellegrini, come gente che sta cercando le sorgenti della fede.
L’American University di Madaba, istituzione del Patriarcato Latino di Gerusalemme, negli scorsi mesi ha ospitato alcuni studenti usciti da Gaza. Rimane un progetto centrale del vicariato?
Non ha aiutato solo i giovani di Gaza, ma ancora prima i profughi siriani e iracheni. Tramite questa realtà creiamo un ambiente di fraternità e amicizia. Anno dopo anno sta diventando più chiaro che noi cristiani proclamiamo la nostra fede anzitutto tramite il servizio: lo facciamo nella nostra quotidianità, offrendo alla società educazione, assistenza sanitaria, l’istruzione all'università, le parrocchie. Nell'esercito, nel governo e nella politica siamo riconosciuti. Diamo l’esempio anzitutto con la vita.
Il Patriarcato non ha mai smesso di mandare aiuti umanitari a Gaza: qual è il punto degli aiuti inviati dalla Giordania?
Ha salvato la nostra comunità cristiana a Gaza: senza questo aiuto e il sostegno del patriarca Pizzaballa non saprei come saremmo finiti. Come pure senza il sostegno di papa Francesco, che ogni giorno chiama (anche in questi giorni di malattia, ndr). Ogni mese ha mandato cibo e medicinali non soltanto ai cristiani nelle due parrocchie, cattolica e ortodossa, ma anche a circa 40mila abitanti della zona. Entrambe le parti hanno capito che il Patriarcato svolge questo servizio, ora dobbiamo aiutarli a ricostruire.
La proposta di Trump è dislocare i palestinesi in Giordania ed Egitto, per ricostruire l’enclave facendone la “riviera del Medio Oriente”…
No, questo non lo consideriamo nemmeno. Vogliamo ricostruire. I cristiani stanno vivendo nelle nostre scuole: li aiuteremo a costruire le loro case per tornare. Penso che rimarranno. Tutto il mondo ha detto che non è possibile spostarli, non è accettabile.
A Gaza il cessate il fuoco tra Hamas e Israele avanza a singhiozzo, ma c’è anche la Cisgiordania, con i carri armati israeliani e almeno 40mila palestinesi sfollati negli ultimi giorni. Lei che ci ha vissuto per molto tempo, come vede la situazione?
Brutta. Mancano leadership adeguate, ci sono fanatici da entrambe le parti. C'è odio e a livello politico non vedo una pace vicina perché non c'è una visione comune. Da parte israeliana c’è una prospettiva di divisione totale. Da parte palestinese c’è un popolo che sta cercando l'indipendenza, la libertà, i diritti umani. Ma con Fatah, Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese, non la si pensa allo stesso modo. In Israele sono molto presi dalla paura, ma questa non può essere una giustificazione.
Pensa che la pace sia davvero possibile?
Sono cresciuto con il sogno di due Stati, ho respirato il clima degli accordi di Oslo del 1993, da bambino e poi da seminarista. Adesso non so che tipo di sogno politico possiamo dare ai nostri giovani. In me il sogno rimane: due popoli, anche un solo Stato, ma con gli stessi diritti ai due popoli. Ora invece uno ha più diritti dell'altro. Non parlo di politica, filosofia, ma di un livello di vita quotidiana: alcuni hanno l’acqua, altri no; alcuni possono spostarsi, altri no. Nonostante tutto, però, il sogno di pace resta vivo.
24/06/2016 12:48
21/12/2017 10:49