Il post-federalismo della Russia
Le discussioni sulla fine del conflitto in Ucraina riaprono la riflessione anche sulla via russa al federalismo russo e le tante aspirazioni dei popoli dell’immenso territorio eurasiatico. Una questione che non riguarda solo le “minoranze etniche”, ma la struttura stessa di uno Stato di stampo imperiale,
Mosca (AsiaNews) - Mentre si attivano le iniziative di America ed Europa, in ordine variegato, per risolvere in qualche modo il conflitto tra Russia e Ucraina, l’interesse di molti commentatori si rivolge sempre più al futuro dei due Paesi. Se per l’Ucraina la questione è ovviamente quello dei piani di ricostruzione delle città devastate dagli scontri e dai bombardamenti, in Russia ci si chiede qual è il futuro del “federalismo”, in una tensione evidente tra il regime totalitario e repressivo di Vladimir Putin e della casta del Cremlino, e le tante aspirazioni dei popoli dell’immenso territorio eurasiatico, riesplose proprio in riferimento alla “questione ucraina”.
Su The Moscow Times si esprime su questo tema il capo-redattore del sito Region.Expert, Vadim Štepa, con un articolo sulla “Federazione all’incontrario”, cercando di comprendere le opinioni degli oppositori russi all’estero, che parlano in maggioranza di “restaurazione del federalismo in Russia”. Che cosa si vuole intendere veramente con questo ideale? Lo Stato post-sovietico venne formalmente inaugurato dall’Accordo federale di inizio 1992, poi confermato dalla costituzione del 1993 firmata dal presidente Boris Eltsin e formalmente ancora in vigore, pur con profonde modifiche “sovraniste” imposte da Putin nel 2020.
Quella definizione eltsiniana di “federazione”, secondo il commento di Štepa, “aveva ben poco a che fare con la pratica mondiale degli Stati federali”. Confrontando la Russia con gli Usa, il Canada, la stessa Germania o l’Australia, si vede che questi Paesi si basano sull’amministrazione autonoma delle regioni, un principio che Eltsin aveva cercato di ispirare con la famosa frase del 1990, “prendetevi tutta la sovranità che riuscite a inghiottire”, poi negata radicalmente dalla “verticale del potere” putiniana. In realtà un tentativo lo aveva fatto anche Mikhail Gorbačëv, che aveva proposto l’Accordo dell’Unione nel 1991 per salvare in nuova forma la storia sovietica, poi fallito per il golpe del Kgb nell’agosto di quell’anno.
Quello che in Russia non si è mai riuscito a realizzare, insiste il politologo, è “il principio di sussidiarietà tra i popoli e i territori”, quando i parlamenti regionali, liberamente eletti, delegano “dal basso verso l’alto” le questioni che interessano tutti i soggetti federali. Sarebbe questo il principio con cui si è cercato, con mille contraddizioni, di costruire l’Unione europea, e la questione diventa sempre più attuale anche per gli Stati Uniti. Anche la Ue si è definita in senso federale e sussidiario nel 1992, mentre la Russia ha rifiutato questi principi già sotto Eltsin, con le rivolte del parlamento nel 1993 e le elezioni del 1996, inizio della restaurazione centralista e sovranista con i comunisti di Gennadij Zjuganov.
Štepa ribadisce che “la federazione deve essere determinata dai suoi soggetti, e non all’incontrario”, ricordando che nel progetto iniziale si lasciava alle repubbliche, alle regioni e ai distretti autonomi la facoltà di decidere liberamente l’uscita dalla Federazione, come tentò di fare il Tatarstan di Mintimer Šaymiev, poi ricondotto alle “ragioni del Cremlino”. La Federazione Russa oggi si basa “sull’asimmetria” non solo del centralismo, ma anche della prevalenza delle ex-repubbliche sovietiche che dispongono di molte facoltà e diritti in più delle tante altre regioni determinate nel corso di questo trentennio, nonostante alcune di queste siano più popolose ed evolute di molte delle prime.
La questione non riguarda quindi solo le “minoranze etniche”, che pure nei circoli della diaspora all’estero rivendicano la propria identità e indipendenza, ma proprio nella struttura di uno Stato sempre di tipo imperiale, che soffoca lo sviluppo delle sue tante realtà territoriali. Ora è vietato perfino l’uso del titolo di “presidente” delle repubbliche o “governatore” delle regioni, sostituito dall’anonimo termine glava, “capo”, che di fatto neppure viene eletto, ma nominato direttamente dal Cremlino, o comunque pilotato in elezioni farsesche. La spinta al “nazionalismo” o al “regionalismo” viene repressa come minaccia di “disgregazione dello Stato federale”, quando in realtà si tratta della questione più importante da risolvere per la Russia del futuro, che per quanto cerchi di compattarsi nei conflitti bellici (il metropolita Tikhon di Crimea in questi giorni ha parlato della riconquista di Costantinopoli), dovrà fare i conti con la diversità delle sue tante identità etniche, culturali ed economiche.
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