Attivista tibetano: Pechino teme nuove rivolte in Tibet e nei monasteri
Nei giorni scorsi la Pubblica sicurezza e il Fronte unito hanno tenuto raduni a Lhasa e a Shigatse. Crescono i controlli su pellegrini, visitatori e commercianti. Monaci sottoposti a rieducazione. Nel mirino anche intellettuali, scrittori, poeti, pittori tibetani.
Dharamsala (AsiaNews) - La repressione cinese cresce in Tibet perché Pechino teme nuove rivolte nella regione e dai monasteri, come quelle del 2008, avvenute mesi prima delle Olimpiadi. Lo afferma Urgen Tenzin, direttore del Centro tibetano per i diritti umani, all’indomani di due conferenze organizzate dal governo cinese in Tibet, tutte con a tema la sicurezza.
Il 18 e il 19 agosto, a Lhasa, la Pubblica sicurezza cinese ha organizzato un incontro di verifica nel mantenere la sicurezza pubblica, lottare contro il presente movimento separatista, identificare le attuali sfide alla stabilità nelle aree tibetane”. Giorni prima, il 14 e il 15 agosto, a Shigatse, il Dipartimento del Fronte unito del partito comunista, ha organizzato un altro incontro in cui tutti gli abati dei monasteri e delle istituzioni monastiche sono stati obbligati a partecipare.
Dopo le proteste tibetane del marzo-maggio 2008, la Cina ha accresciuto il controllo sulla regione e sui monasteri, riducendo la libertà di movimento da una parte all’altra del Tibet. Pellegrini, commercianti e visitatori devono avere con sé una garanzia della Pubblica sicurezza per poter girare anche per pochi giorni. Chi è trovato sprovvisto, rischia di essere arrestato.
“Queste conferenze – dichiara Urgen Tenzin ad AsiaNews – non sono per la sicurezza del popolo tibetano. La repressione cinese diviene più aspra perché Pechino vuole intensificare il controllo sulla popolazione e i monasteri, in nome della sicurezza. Il governo cinese ha paura di un’altra rivolta tibetana come quella del marzo 2008. Essi sono nel panico per la loro insicurezza”.
“Anche i monasteri sono sotto controllo – aggiunge – le persone sono sottomesse alla rieducazione. In più, la Cina sta colpendo anche intellettuali, poeti, scrittori, pittori tibetani… Il sostegno alla causa tibetana cresce e loro, disperati, accrescono la repressione contro il popolo tibetano”. (NC)
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