16/11/2011, 00.00
MYANMAR
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Mandalay: continua la protesta dei monaci, il governo impone la censura

I cinque giovani buddisti, guidati da Ashin Sopaka, hanno tenuto un secondo discorso pubblico, davanti a un migliaio di persone. Monito dai monaci anziani – forse dietro pressioni delle autorità – volto a interrompere le manifestazioni. Slogan e canti che richiamano la Rivoluzione zafferano del 2007.
Yangon (AsiaNews) – I cinque monaci birmani protagonisti della protesta iniziata ieri a Mandalay hanno tenuto un secondo intervento pubblico, davanti a una folla composta da un migliaio di persone e un capannello di agenti in borghese. Essi hanno ricevuto pressioni da un gruppo di confratelli più anziani, tra cui il presidente dello Sangha Committee locale, volte a interrompere le manifestazioni. I monaci temono infatti pesanti rappresaglie da parte del governo e dei militari, finora rimasti ai margini della contesa. Secondo alcune fonti, invece, l’intervento degli “anziani” è frutto della strategia adottata dal governo, che vuole evitare spargimenti di sangue e cattiva pubblicità agli occhi della comunità internazionale. Per questo “sfrutta” i leader buddisti più vecchi, nel tentativo di “dissuadere” i giovani dal continuare le proteste.

Le autorità birmane hanno imposto il silenzio stampa sulla vicenda, bloccando la pubblicazione di filmati o notizie sui principali organi di informazione. Tuttavia, almeno 1200 persone hanno ascoltato oggi pomeriggio le parole del leader della protesta, il monaco Ashin Sopaka originario di Yangon come i suoi confratelli. In un discorso durato 15 minuti, egli ha rilanciato le richieste avanzate ieri: il rilascio di tutti i prigionieri politici, la fine delle guerre fra esercito e milizie etniche, la libertà di parola e pensiero per i monaci. “Siamo molto soddisfatti” ha dichiarato ancora Ashin Sopaka, aggiungendo di essere “fiducioso nel meglio” ma di essere al contempo “preparato al peggio”.

Fonti locali citate da Democratic Voice of Burma (Dvb) raccontano che ieri sera il gruppo di cinque monaci ha lasciato la pagoda di Maha Myatmuni, dove era iniziata la protesta, sistemandosi nel monastero di Masoeyein, sempre a Mandalay, ritenuto più sicuro nel caso di interventi delle autorità. Essi hanno compiuto il tragitto scortati da un migliaio di persone, pronte a proteggerli da un blitz delle forze di sicurezza.

A conclusione dell’intervento, i cinque monaci e i presenti hanno intonato slogan e canti caratteristici della “Rivoluzione zafferano” del settembre 2007, che inneggiano all’amore, alla fine delle torture e della prigionia per reati di opinione. Lanciata dai monaci di Yangon per protestare contro il caro-prezzi, la rivolta è stata repressa nel sangue dalla giunta militare, con decine di morti e centinaia di arresti.
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