23/01/2006, 00.00
palestina - israele
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Il potere di Israele nelle elezioni palestinesi

di Arieh Cohen

Qualunque risultato avranno le elezioni, il futuro della regione è nelle mani di Israele e di una Conferenza internazionale di pace. Dal nostro corrispondente.

Tel Aviv (AsiaNews) - Le elezioni palestinesi del 25 gennaio sono anzitutto una prova della voglia di democrazia che prevale nella cittadinanza. Come già avvenuto nelle occasioni precedenti (elezioni presidenziali e parlamentari del 1996; elezioni presidenziali del 2005), esse sono un esempio salutare nel mondo arabo, tentato dalle dittature.

Quest'anno concorrono i due grandi schieramenti, il Fatah, erede dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina e Hamas, il movimento fondamentalista e violento. Al di là dei risultati di uno o dell'altro, le conseguenze pratiche delle elezioni saranno in ogni caso limitate. L'Autorità palestinese (Ap) non ha il controllo effettivo della situazione. Il territorio sotto la sua giurisdizione si trova sempre soggetto al regime giuridico di "occupazione belligerante", istaurato dopo la vittoria israeliana nella guerra del 1967. Ciò significa che in ultima analisi le sorti della popolazione dipendono molto più da Israele che dalle istituzioni autonome dell'Ap. Da Israele derivano quelle competenze circoscritte di cui l'Ap è dotato. Anche le possibilità concrete di esercitare queste competenze circoscritte, dipende dalla volontà permissiva (o non) dei comandi militari israeliani. Ne risulta una situazione intrinsecamente instabile ed inquieta, caratterizzata da periodiche ondate di più intensa violenza. Israele si attende dall'Autorità palestinese la repressione attiva dei gruppi armati, rei di feroci attentati terroristi in territorio israeliano. Ma l'Autorità palestinese non si sente legittimata dalla sua opinione pubblica ad agire in questo modo mentre dura l'occupazione - e soprattutto l'inesorabile colonizzazione - dello stesso territorio palestinese. Il risultato è che lo stesso territorio ne esce sempre più ridotto e frammentato con crescenti disagi per la popolazione civile. La mancata repressione dei gruppi armati porta Israele a delegittimare le istituzioni palestinesi, giudicandole indegne di essere controparte in negoziati di pace (il governo israeliano le ha perfino definite "strutture di sostegno al terrorismo").

Secondo Israele la repressione dei gruppi armati deve precedere ogni negoziato di pace. E in mancanza di accoglienza effettiva di questa domanda da parte dell'Autorità palestinese, è lo stesso esercito israeliano ad intervenire quotidianamente  - anche nel cuore del territorio "autonomo" -  alla ricerca delle persone sospettate di terrorismo, infiammando ancora di più l'animo dei palestinesi.

Questo circolo vizioso caratterizza da vari anni la situazione e i risultati delle elezioni palestinesi non potranno avere alcun effetto sostanziale.  Energie enormi vengono investite nell'opera di propagare e difendere le divergenti prospettive di Fatah e di Hamas. A prima vista, ognuna sembra avere argomenti vincenti. Gli effetti deleteri dell'occupazione - e soprattutto della colonizzazione - sono palesi. Ma altrettanto palese è la forza dell'argomento israeliano di doversi difendere contro gli agghiaccianti attacchi terroristici, partiti da territori sotto il formale controllo delle "forze di sicurezza" palestinesi.

Se Hamas riporterà un risultato significativo nelle elezioni, Israele potrà avanzare – e lo fa già in modo preventivo - un argomento in più per non riprendere i negoziati di pace con un'entità politica che accoglie nel suo seno una "organizzazione terroristica, bollata come tale anche da Usa e Europa". Ma l'aver vinto ancora un punto nella concorrenza mediatica per le simpatie delle cancellerie e dell'opinione pubblica occidentale non inciderà veramente sulla situazione reale, che rischia di aprire a nuovi scontri e nuovi attacchi terroristi. L'unica via di uscita per palestinesi e israeliani  rimane quella del ritorno al tavolo dei negoziati con l'obiettivo di giungere a un trattato di pace. Per quanto si riesce a sapere, una larga maggioranza nell'una e nell'altra nazione, vincendo l'informazione manipolata delle rispettive dirigenze, sostiene tale via. Ma per giungere alla meta - anzi per intraprenderla - i negoziati devono essere fermamente incorniciati entro una Conferenza di pace internazionale, come già previsto ai tempi di Madrid (1991). Infatti la Conferenza di pace di Madrid non risulta essere mai stata sciolta, e potrebbe bastare una sua riconvocazione. Nel frattempo le premesse di un buon esito si sono notevolmente arricchite. Si possono ricordare specialmente la storica risoluzione adottata dalla Lega araba nel 2002 in favore della pace con Israele - una svolta davvero epocale - e la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu che ripropone, in termini aggiornati, l'originale piano dell'Onu (del 1947) per la costituzione di due Stati, uno ebraico e l'altro arabo, in Terra Santa. E' evidente che i confini dei due Stati non dovranno essere più quelli della Risoluzione del 1947, superati dal  riconoscimento internazionale che hanno avuto i confini risultati dagli accordi di armistizio all'indomani della prima guerra arabo-israeliana del 1948/9 (con l'eccezione di Gerusalemme e dintorni).

Detto ciò, non si può non tener conto del peso che potrà avere sul futuro Stato palestinese l'affermarsi di Hamas. Anche qui, come di recente  in Iraq (e prima ancora nell'Algeria dei primi anni '90) le elezioni democratiche sembrano diventare occasione per l'affermarsi di ideologie teocratiche essenzialmente contrarie alla democrazia liberale. Sarà certo un problema da affrontare, ma nello stato attuale delle cose esso rimane di importanza limitata. Potrà avere invece un posto di rilievo nell'auspicata Conferenza di pace.

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