05/04/2025, 00.26
MONDO RUSSO
Invia ad un amico

La morte dell'ultimo starets

di Stefano Caprio

Ilja, padre spirituale di Kirill, era stato insignito del più alto titolo monastico, quello di “archimandrita con lo skhima”, un sovra-mantello con simboli che attestano i più alti voti della vita spirituale e delle regole ascetiche più rigide. Taumaturgo e profeta della “Ortodossia patriottica”, la sua personalità ha molto influito su quelle del patriarca di Mosca e del presidente Putin.

Lo scorso 15 marzo è morto all’età di 93 anni nel celebre monastero di Optina Pustyn, nella Russia centro-meridionale, lo starets ortodosso Ilja (Nozdrin), il padre spirituale del patriarca di Mosca Kirill. Era stato insignito del più alto titolo monastico, quello di skhiarkhimandrit, “archimandrita con lo skhima”, un sovra-mantello con simboli che attestano i più alti voti della vita spirituale e delle regole ascetiche più rigide, come quelle degli anacoreti egiziani dei primi tempi di questa modalità speciale di vivere la fede cristiana. I funerali dello starets Ilja, celebrati dallo stesso patriarca Kirill tre giorni dopo la morte, sono stati un evento straordinario, per la massa di migliaia di partecipanti e la presenza di molti alti funzionari regionali e federali.

Negli ultimi anni la visita allo starets Ilja era diventata un appuntamento quasi obbligato per le stelle dello spettacolo, i politici e gli uomini d’affari dei più alti livelli. Lo stesso Vladimir Putin lo aveva incontrato più volte, assicurando di “volere molto bene allo starets, e di ascoltare sempre quello che ha da dirmi”. L’intera storia contemporanea della Chiesa russa si riflette nella vita dello starets, taumaturgo e profeta della “Ortodossia patriottica”, e la sua personalità ha molto influito su quelle del patriarca e del presidente.

L’autorevolezza degli startsy, i padri spirituali russi, non dipende mai dal loro ruolo formale nella vita monastica ed ecclesiastica in generale, anzi proprio la tradizione russa li esalta nella loro superiorità puramente “spirituale” che trascende ogni gerarchia, come afferma lo stesso scrittore Fëdor Dostoevskij nel capitolo iniziale dei Fratelli Karamazov, in cui raffigura proprio l’atmosfera di Optina Pustyn. L’intero romanzo, uno degli snodi fondamentali della letteratura e della cultura russa, è dedicato alla ricerca del “monachesimo nel mondo”, confrontando le diversità dei tre fratelli Dmitrij, Ivan e Aleša, i tre volti contraddittori dell’anima russa. Così Ilja Nozdrin è rimasto nell’ombra eremitica per i lunghi anni della semi-clandestinità sovietica, finché nel 2009 il patriarca Kirill ne ha sottolineato l’importanza per la sua stessa formazione, appena dopo l’elezione al trono patriarcale.

Nessun patriarca precedente aveva dichiarato pubblicamente il nome del proprio padre spirituale, né tanto meno se ne accennava nei documenti ufficiali. Quali fossero in realtà le relazioni tra Kirill e Ilja non è dato sapere, e lo starets non aveva cercato forme di notorietà in precedenza, se non per il fatto di incarnare l’immagine classica dell’anziano, significato appunto di starets, di bassa statura e con lunga barba fluente, una specie di oracolo in grado di prevedere gli eventi e di palesarsi misticamente nell’anima dei suoi devoti. I due si erano conosciuti nei giovanili anni Sessanta, quando portavano ancora i nomi di battesimo di Vladimir Gundjaev e Aleksej Nozdrin, negli studi del seminario di Leningrado sotto l’occhio vigile dei servizi del Kgb. Entrambi facevano parte dell’entourage ristretto del più carismatico tra i gerarchi russi dei tempi di Brežnev, il metropolita Nikodim (Rotov), che morì per un infarto a Roma nel 1978 tra le braccia del neo-eletto papa Giovanni Paolo I, prima ancora di compiere cinquant’anni.

Nikodim era anche il capo del dipartimento patriarcale per gli affari esterni, e divenne esarca patriarcale per l’intera Europa orientale, rappresentando il riferimento per le politiche di Ostpolitik dei governi europei e della Santa Sede nei confronti del potere sovietico. Il suo capolavoro fu l’accordo per la partecipazione di una delegazione ortodossa russa al Concilio Vaticano II, ottenendo l’impegno a non condannare esplicitamente il comunismo, e in generale Nikodim seppe raggiungere compromessi molto audaci con il regime, cercando in questo modo di proteggere la Chiesa da ulteriori persecuzioni, e guadagnando per i suoi gerarchi una serie di privilegi, facendoli equiparare agli agenti propagandisti della politica sovietica.

Uno dei privilegi che Nikodim ottenne per sé stesso fu proprio la possibilità di formare un gruppo di suoi seguaci, da insediare quindi nei principali posti di responsabilità della struttura ecclesiastica, come lo stesso Kirill, ordinato vescovo a soli 29 anni nel 1976 e considerato già allora il più promettente dei nikodimtsy, i “discepoli di Nikodim”. Anche Ilja fu ammesso alla vita monastica e ordinato sacerdote da Nikodim, ma scelse una via meno appariscente rispetto al giovane Kirill, rimanendo nel chiuso delle pareti monastiche, anzitutto nella comunità delle Grotte di Pskov, l’unico monastero maschile rimasto aperto sotto i sovietici, dove negli anni Ottanta si consacrò anche l’attuale metropolita della Crimea Tikhon (Ševkunov), poi divenuto il giovane starets e padre spirituale dello stesso Vladimir Putin.

Il monastero di Pskov era rimasto aperto negli anni dopo la rivoluzione bolscevica poiché si trovava sul territorio dell’Estonia indipendente, e durante la seconda guerra mondiale era diventato il centro di una speciale “missione antisovietica” su tutti i territori occupati dalla Germania nazista. Dopo il 1945 era rimasto nella provincia sovietica di Pskov, riuscendo a conservare la tradizione monastica, unico punto di riferimento oltre alla Lavra della Trinità di S. Sergij nel villaggio vicino a Mosca di Zagorsk, come era stato rinominato in onore dell’eroe rivoluzionario Sergej Zagorskij, e che fu la sede sovietica del patriarcato di Mosca. Nelle Grotte di Pskov si ripararono diversi monaci e semplici fedeli passati attraverso i lager staliniani, tra cui alcuni startsy molto rinomati tra il popolo ortodosso, facendo del monastero una meta incessante di pellegrinaggi da tutta l’Urss.

Ilja Nozdrin non vide gli sviluppi più recenti, quando Tikhon condusse il futuro presidente Putin dall’altro famoso starets di Pskov, Ioann (Krestjankin), perché già nel 1976 era riuscito a trasferirsi sul monte Athos, il punto di riferimento in Grecia di tutta la vita del monachesimo russo fin dai primi tempi. Si era trattato probabilmente di una scelta strategica del metropolita Nikodim, concordata con il Kgb, per avere un riferimento sicuro nello storico monastero russo di san Panteleimon sull’Athos, rimasto quasi vuoto durante il periodo sovietico, per non lasciarlo totalmente in mano ai greci. Ilja aveva l’esperienza e l’autorevolezza necessaria per riprendere il controllo del luogo da cui erano venuti durante i secoli i principali evangelizzatori della Russia, e rimase sulla penisola calcidica per tredici anni, fino al crollo del muro di Berlino, acquistandosi la fama di “starets dell’Athos”, anche se i greci lo guardavano con sospetto come “quasi cattolico”, nella linea ecumenista del metropolita Nikodim.

Tornò quindi nella Russia gorbacioviana alla fine degli anni Ottanta, prendendo parte alla preparazione dei festeggiamenti del Millennio del Battesimo della Rus’, la fine delle persecuzioni religiose da cui ebbe inizio la restituzione di chiese e monasteri, prima ancora del crollo dell’impero; e proprio il monastero degli startsy ottocenteschi di Optina Pustyn, ridato alla Chiesa nel 1989, fu uno dei primi simboli della rinascita religiosa della Russia. Fu affidato all’ormai skhiigumen Ilja, l’abate con lo skhima ricevuto al monte Athos come il fondatore del primo eremo delle Grotte di Kiev, Antonij Pečerskij, ai tempi della Rus’ originaria del X secolo. Accanto al monastero si organizzò un villaggio per gli ospiti più eminenti, intellettuali e quindi politici della nuova Russia post-sovietica, grazie in particolare all’iniziativa dell’oligarca Andrej Belousov, attuale ministro putiniano della difesa in tempi di guerra, che intendevano ricostruire “la Russia che abbiamo perso”. Il villaggio di Kozelsk, accanto al monastero del “deserto di Opta”, ricordando il nome del brigante medievale che si era convertito all’ortodossia monastica, divenne la prima centrale della resistenza ideologica alla “invasione dell’Occidente” nel decennio eltsiniano, fornendo le ragioni spirituali per un ritorno ai “valori tradizionali della Russia” nel successivo regno dello zar Putin.

Lo starets Ilja insegnava ai suoi discepoli ad opporsi a tutte le istituzioni della Russia post-sovietica, istillando sfiducia nei confronti di scuole e università, politici e funzionari e perfino gerarchi ecclesiastici, finché non ricevette la visita dell’antico sodale dei tempi di Nikodim, l’allora metropolita “eltsiniano” Kirill, che gli promise di rimettere la barra della vita ecclesiastica sulla giusta direzione. La nuova alleanza tra Kirill e il suo “padre spirituale” si evidenziò fin dal Concilio giubilare del 2000, con la proclamazione del “sovranismo ortodosso” nella dottrina sociale della Chiesa, che funse da programma politico del nuovo presidente Vladimir Putin, per annientare l’eresia di una Russia “liberale” e schiava dell’Occidente, e proclamare la rinascita di un “mondo russo” destinato a salvare l’umanità intera.

 

"MONDO RUSSO" È LA NEWSLETTER DI ASIANEWS DEDICATA ALLA RUSSIA
VUOI RICEVERLA OGNI SABATO SULLA TUA MAIL? ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER A QUESTO LINK

TAGs
Invia ad un amico
Visualizza per la stampa
CLOSE X
Vedi anche
Coronavirus: annullate le feste per san Sergio di Radonezh. La preghiera dell’igumeno ribelle
29/06/2020 07:10
La Chiesa ortodossa russa allarga i suoi spazi
11/10/2019 08:00
Le tante anime della diaspora russa
10/12/2022 09:00
Dopo missili sulla cattedrale 300 sacerdoti ortodossi chiedono rottura definitiva con Mosca
28/07/2023 08:45
Il patriarca ecumenico Bartolomeo condanna l’invasione dell’Ucraina
25/02/2022 12:07


Iscriviti alle newsletter

Iscriviti alle newsletter di Asia News o modifica le tue preferenze

ISCRIVITI ORA
“L’Asia: ecco il nostro comune compito per il terzo millennio!” - Giovanni Paolo II, da “Alzatevi, andiamo”