11/08/2018, 09.10
CINA
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Weizhou, migliaia di musulmani protestano contro la demolizione della Grande Moschea

Continua l’opera di “sinicizzazione” delle religioni, per eliminare "influenze straniere". I cinesi musulmani di etnia Hui temono una repressione come nello Xinjiang. Un imam: “Vogliono secolarizzare i musulmani, tagliare l'islam alle radici. In questi giorni ai bambini non è permesso credere nella religione: solo nel comunismo”.

Weizhou (AsiaNews/Agenzie) - Sono scoppiate le proteste nella regione di Ningxia dopo la decisione delle autorità di demolire la Grande Moschea di Weizhou. Migliaia di musulmani di etnia Hui continuano a protestare da giovedì 9 agosto, quando hanno occupato la piazza fuori dalla Grande Moschea di Weizhou. In seguito alle manifestazioni le autorità sono state costrette a rimandare la demolizione.

Il capo della contea ha rassicurato I fedeli dicendo loro che la moschea non verrà distrutta fino a che non ci sarà un accordo per costruirne un’altra. Il comitato di religiosi che gestisce la moschea riferisce che le autorità il 3 agosto avevano inviato un avviso di demolizione, da attuare entro il 9 agosto. Secondo quanto riportato nel comunicato la moschea, terminana lo scorso anno, non rispetta i permessi di pianificazione e costruzione.

Intanto, i religiosi hanno ottenuto, tramite una trattativa, di rimandare la distruzione dell’edificio a patto di rimuovere otto cupole. La moschea di Weizhou sorge sopra un’altra moschea,  costruita 600 anni prima in stile cinese e poi distrutta durante la Rivoluzione Culturale.

Sulle pareti esterne dell’edificio sono state appesi degli stendardi che recitano: “Sostenere fermamente il Partito comunista cinese, difendere l’unità etnica, salvaguardare la libertà religiosa”. Essi vogliono sottolineare che si sottomettono al Partito, ma esigono la libertà religiosa promessa dalla Costituzione cinese.

La campagna di distruzione di luoghi di culto fa parte dell’opera di “sinicizzazione” delle religioni in atto in Cina, che sta colpendo anche gli edifici di culto cristiani. "Sinicizzare" significa sottomerttersi al Partito, ma anche eliminare "influenze straniere" perfino nell'arte e nell'architettura.

Negli ultimi mesi le autorità della regione hanno fatto rimuovere i simboli arabi e islamici dalle strade della città. I musulmani di etnia Hui, discendenti degli antichi mercanti arabi, non hanno mai avuto problemi con il governo regionale. Tuttavia, la persecuzione che sta interessando i musulmani dello Xinjiang si sta allargando anche a loro. Il governo teme una crescita del radicalismo anche fra le file degli Hui e ha chiuso diverse moschee in Ningxia, ha cancellato le lezioni pubbliche di arabo e ha chiuso molte scuole private arabe.

Nella regione di Linxia, regione islamica nella provincia del Gansu, ai bambini musulmani è stata vietato di partecipare alle funzioni religiose. In questa zona della Cina vigeva una certa libertà di religione, molti musulmani Hui si erano trasferiti lì. Intanto le autorità hanno imposto di mostrare le bandiere nazionali e hanno vietato la chiamata alla preghiera dal minareto “per ridurre l’inquinamento acustico”.

Ora, i musulmani Hui temono una sorveglianza e una repressione simile a quella che sta colpendo gli uiguri nello Xinjiang. “Il vento è cambiato nell'ultimo anno” dice un imam anziano, che chiede l'anonimato. "Ho molta paura che porteranno il modello Xinjiang qui”.

“Vogliono secolarizzare i musulmani, tagliare l'islam alle radici - continua l'imam - In questi giorni ai bambini non è permesso credere nella religione: solo nel comunismo”.

Più di mille ragazzi frequentavano la sua moschea per studiare i fondamenti del Corano durante le vacanze scolastiche estive e invernali, ma ora non possono nemmeno entrare nei locali.

Ai genitori è stato detto che il divieto di studio del Corano è per il bene dei figli, in modo che possano riposare e concentrarsi sulle materie tradizionali.

Il numero degli Hui è di circa 10 milioni, metà della popolazione musulmana del Paese, secondo le statistiche del governo del 2012. A Linxia, ​​sono ben integrati con la maggioranza etnica Han e hanno sempre avuto la possibilità di professare con libertà la loro fede.

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