29/05/2020, 07.57
CINA-HONG KONG
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Si soffoca Hong Kong per uccidere le riforme in Cina

di Bernardo Cervellera

Dopo il via alla legge sulla sicurezza nazionale, a Hong Kong molta parte della popolazione è triste, sui social del continente si festeggia. La “guerra” fra Cina e Usa, senza badare ai diritti della popolazione del territorio. Con la legge si blocca la funzione catalizzante di Hong Kong verso la Cina.  I desideri di riforme politiche e sociali fermati da Xi Jinping. Dubbi sul “modello Cina”: è possibile libertà di commercio senza libertà civili?

Roma (AsiaNews) - La legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong, approvata ieri all’Assemblea nazionale del popolo a Pechino, sta generando effetti molto differenti.

A Hong Kong dove per anni si è lottato per allontanarla, e fino all’ultimo si è temuto per la sua imposizione dittatoriale, la gente è invasa dalla tristezza. Un parlamentare democratico ha detto che d’ora in poi a Hong Kong “mancherà l’aria”, dato che la Cina sta cercando di “soffocare” la libertà della popolazione del territorio.

Invece a Pechino e in altre parti della Cina si festeggia. Soprattutto sui social c’è un’aria di vittoria per la sottomissione di quei giovani che da quasi un anno, in nome della democrazia (“un valore per nulla cinese”), disturbano l’ordine pubblico con i loro vandalismi e “azioni di terrore”. Secondo la versione ufficiale, infatti, non esistono le manifestazioni pacifiche di milioni di persone che esigono risposte dal governo. Nei media statali si vedono solo quelle poche decine di manifestanti radicali che lanciano sassi, gettano molotov, scardinano porte e cartelli: essi sono proprio i “terroristi” che la nuova legge ridurrà al silenzio.

L’entusiasmo espresso dai cinesi del continente è lo stesso dei tempi dell’handover, il 1997, quando si è celebrato il ritorno di Hong Kong alla madrepatria. Allora il motivo era chiaro: finalmente si lavava l’onta dei Trattati ineguali, che la Cina era stata costretta a firmare sotto la pressione delle cannoniere occidentali.  Ma questa volta la legge è anzitutto contro la stessa popolazione di Hong Kong, altri cinesi a cui è toccato in sorte di vivere in una società liberale.

Anzi no: l’altro pilastro dell’informazione su Hong Kong è che tutte le manifestazioni, anche quelle con due milioni di persone, sono organizzate dalla “mano nera” degli Stati Uniti. E quindi la legge che blocca le libertà alla gente di Hong Kong è vista come una vittoria sulla “potenza occidentale” statunitense, nemica della Cina. Con enfasi super-nazionalistica, a poche ore dal voto per la legge, il magazine del “Quotidiano del popolo”, il “Global Times”, ha dichiarato: ““Non ha importanza quanto gli Usa cerchino di far pressione sulla Cina giocando la carta di Hong Kong; Washington sarebbe troppo ingenua se pensasse di poter smuovere la decisa volontà collettiva del governo cinese”.

E in un editoriale di ieri mattina, lo stesso giornale ha elencato tutta la potenza militare di Pechino (missili intercontinentali, bomba nucleare, satelliti artificiali, …) come sfida orgogliosa all’altra super-potenza.

C’è un problema: che né l’entusiasmo nazionalista, né l’accusa alle “potenze straniere” rende ragione alla questione Hong Kong, che è un problema che dovrebbe coinvolgere anzitutto la popolazione del territorio. Già i britannici non hanno mai ascoltato – o ascoltato molto poco – i loro desideri. Ora Pechino è sulla scia di quella potenza coloniale, facendo e disfacendo come vuole il tessuto sociale di Hong Kong. Certo, dal punto di vista economico si può elencare l’aiuto della Gran Bretagna, l’aiuto dell’occidente, l’aiuto della Cina, ma la vita di Hong Kong è frutto della solerzia, inventiva, tenacia, fantasia della gente di Hong Kong. E non ascoltarla rischia non solo di mortificare la sua creatività, ma anche di ucciderla.

E infatti, l’altro problema che si pone ora è questo: sotto il pieno dominio di Pechino, attraversata da spie, controllata da esercito e polizia, potrà Hong Kong vivere e rimanere fruttuosa dal punto di vista economico?

Sebbene non con la forza di un tempo, Hong Kong rimane ancora un punto di riferimento della finanza e del commercio con la Cina. Almeno il 60% degli investimenti esteri nel continente passa dal territorio ad amministrazione speciale. Che succederà se Hong Kong diviene come una qualunque città della Cina popolare? A giudicare dal discorso che il premier Li Keqiang ha fatto ier annunciando la nuova legge, sembra che anche lui sia preoccupato di questo. E infatti egli ha continuato a sottolineare che con la nuova legge per il business non cambia nulla, ma anzi ci sarà “stabilità e prosperità” come non mai; che “l’alto grado di autonomia” sarà mantenuto e che è ancora valido il principio “un Paese, due sistemi”.

Ci può essere libertà economica senza libertà civili? Molti, guardando alla Cina dicono di sì: il “modello cinese”, con controllo sociale e economia centralizzata, ha prodotto la ricchezza attuale della Cina. Ma è anche vero che nella società cinese si preme perché alla (poca) libertà economica corrisponda una altrettanto spaziosa libertà civile. Le richieste di riforme del Partito e di riforme politiche nella società si moltiplicano, anche se Xi Jinping ha fatto di tutto per soffocarle. E forse è per questo che si vuole far “mancare l’aria” ad Hong Kong: perché il suo respiro non dia coraggio anche alla società civile del continente.

Il punto è che nel mondo ci sono molti Paesi e trust economici che hanno davanti agli occhi la crisi del capitalismo liberalista, e per questo sognano un modello autoritario come quello della Cina per salvare il loro potere e il business. Ma essi rimandano solo a domani la domanda cruciale: è possibile una libertà economica senza libertà civili? Senza dignità per l’uomo e la famiglia? Senza libertà di creare, di parlare, di inventare e anche di pregare? Noi crediamo di no.

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