16/01/2020, 14.19
RUSSIA
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La transizione da Putin a Putin

di Vladimir Rozanskij

A 20 anni esatti dalla sua prima nomina presidenziale, Vladimir Putin ha proposto cambiamenti nella costituzione e nella struttura del potere. Gli apprezzamenti del patriarca Kirill. Le dimissioni del primo ministro Dmitrij Medvedev, e il suo ripescaggio come vice-presidente del Consiglio di Sicurezza, sempre come vice-Putin. L’ oscuro burocrate Mikhail Mishustin designato primo ministro.

Mosca (AsiaNews) – Con il messaggio al parlamento di ieri, subito seguito dalle dimissioni del premier Medvedev e dell’intero governo russo, si configura il transito del regime di Vladimir Putin a una nuova forma ancora tutta da scoprire, sempre legata alla sua figura. E questo a 20 anni esatti dalla sua prima nomina presidenziale.

Perfino il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) ha interrotto le vacanze post-natalizie per partecipare, insieme a diversi alti gerarchi ecclesiastici, alla solenne cerimonia della proclamazione del grande ukaz del presidente sulla modifica della Costituzione. Ad esso hanno preso parte oltre 1300 persone, tutta l’élite del Paese. Le sale della Duma non bastavano a contenerle, e l’assemblea si è tenuta nell’immensa Sala delle Esposizioni del Maneggio di Mosca, accanto alla piazza Rossa.

Dal patriarcato sono giunte subito dichiarazioni di apprezzamento per “l’attenzione ai valori tradizionali” che Putin ha inserito nel messaggio, le cui prime frasi riguardano “la protezione del popolo e dei cittadini, in senso materiale e non materiale”. Molto importanti per la Chiesa gli accenni “all’unità tra istruzione ed educazione”. Conclusione: “è un messaggio di un grande statista, ma anche del leader della nazione”.

L’attenzione di tutta la società russa è tutta sulle dinamiche del potere, ma anche sull’amministrazione di un’economia sempre meno favorevole alle classi più deboli e ai pensionati. Imponendo il limite dei due mandati presidenziali, Putin esclude una sua rielezione al vertice, e ampliando i ruoli del parlamento e del governo esclude allo stesso tempo che in futuro possa esserci un altro Putin, un successore “con i pieni poteri” come i suoi. I 20 anni dell’autocrazia putiniana hanno visto infatti tutte le nomine importanti del governo e delle regioni nelle mani del presidente. In futuro ciò che non sarà più, data l’introduzione di una serie di contrappesi e veti incrociati.

Allo stesso tempo verrà introdotto nella costituzione il ruolo, ancora da definire, del Consiglio di Stato. Al presente esso è  solo un organo consultivo della presidenza. La sua estraneità alle strutture elettive lo renderà simile al Politburo di sovietica memoria, luogo di potere e di controllo in nome dell’ideologia e dei “valori supremi” della Russia. A questo si aggiunga la correzione del testo costituzionale che invertirà la relazione tra legislazione internazionale e nazionale: quest’ultima avrà la prevalenza, come da anni sostenuto dai sovranisti più spinti, e come dimostrato da Putin al tempo dell’annessione della Crimea. L’accresciuta potenza militare degli ultimi anni, di cui la Russia ha dato varie dimostrazioni, permette a Putin di mostrare il suo disprezzo per le convenzioni internazionali.

Una circostanza molto significativa è la dimissione del primo ministro Dmitrij Medvedev, a cui Putin ha proposto la carica di vice-presidente del Consiglio di Sicurezza. L’ex-premier aveva “tenuto in caldo” la poltrona presidenziale dal 2008 al 2012, dando l’impressione di una evoluzione più liberale del Paese. Rientrato nei ranghi del governo, non ha dato seguito a tali attese, anzi si è attirato le proteste della popolazione (soprattutto dei giovani) per i suoi comportamenti da mandarino del potere. Negli ultimi otto anni, il governo di Medvedev ha segnato la peggiore fase economica del ventennio putiniano, a causa della crisi economica e delle sanzioni occidentali. D’altra parte, la sua nuova carica conferma il suo ruolo di vice-Putin, buono per tutte le circostanze.

Il ruolo di primo ministro è stato invece assegnato a un oscuro burocrate putiniano, Mikhail Mishustin, finora capo dell’Agenzia delle Entrate (a sin. nella foto). Si tratta di un personaggio sconosciuto ai più, che non suscita neanche emozioni negative nella popolazione; è quindi anche una mossa per placare le proteste delle piazze e le accuse di corruzione, tipiche ad esempio dei movimenti come quello di Aleksej Navalnyj.

Mishustin è anche una creatura di Aleksej Kudrin, economista ora a capo della Corte dei Conti, a lungo vice-premier e ministro delle finanze: in questo modo Putin fa capire di condividere le idee di Kudrin, favorevole a una certa liberalizzazione politica ed economica, e risolve alcuni conflitti latenti nell’area di governo, che vedeva una certa contrapposizione tra Medvedev, fautore del quasi-monopartitismo, e l’ex-premier eltsiniano Sergej Kirienko, favorevole a una maggiore alternativa tra le forze politiche. Gli effetti si vedranno nei prossimi giorni, dopo la composizione del nuovo governo, in cui comunque non dovrebbero mancare i due grandi guardiani del putinismo: il ministro degli esteri Sergej Lavrov e quella della difesa Sergej Shojgu.

Il futuro vedrà Putin ancora a lungo saldo alle redini del comando, in modo simile all’ex-presidente del Kazakhstan Nursultan Nazarbaev, satrapo centrasiatico che indica la strada a tutti i Paesi ex-sovietici più ortodossi. Rimane da capire se vorrà presiedere il Consiglio di Stato, assumendo un ruolo più simbolico e “sacrale”, simile agli antichi zar, o riprenderà lui stesso le redini del governo dopo il 2024, per mostrarsi ancora l’unico vero leader attivo della Russia. Questo dipenderà anche dagli sviluppi dell’economia, in caso di continuo calo difficilmente Putin si sporcherà di nuovo le mani.

L’esito di questi cambiamenti verrà sottoposto a una consultazione popolare, anche se non a un vero e proprio referendum: Putin ha evidentemente deciso anche di capitalizzare il forte consenso di cui ancora gode - seppure in calo negli ultimi anni - prima che possa crearsi una contrapposizione nella società russa.

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