06/04/2020, 11.04
EDITORIALE
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I misteri della Pasqua nelle chiese vuote e nel mondo

di Bernardo Cervellera

L’emergenza pandemia, per nulla dominata, costringe i sacerdoti a celebrare la messa senza il popolo. Il sepolcro a Gerusalemme, la prima notte di resurrezione è stata dominata dallo stesso silenzio e dalla mancanza di pubblico. Tutto il mondo sembra una grande tomba che mette con le spalle al muro le nostre pretese di dirci felici. L’annuncio della risurrezione nelle chiese vuote ha bisogno di profeti che portino questa speranza nella tomba del mondo.

Roma (AsiaNews) - Quest’anno la Pasqua ha un sapore strano, a cui non eravamo abituati. L’emergenza pandemia, per nulla dominata, costringe i sacerdoti a celebrare la messa senza il popolo. Nella maggior parte dei Paesi dell’Asia, come pure in Italia, per evitare contagi le chiese – e altri luoghi di culto, come le moschee – sono aperte solo alla preghiera individuale. Così, il momento più solenne nell’anno liturgico dei cristiani, la resurrezione di Gesù, non avrà cori polifonici sonori, né cascate di fiori profumati, né splendore di luci accecanti. Il canto dell’alleluja nella notte pasquale sarà forse sussurrato, per evitare che l’alito dei cantori diffonda attorno molecole di coronavirus da individui positivi, ma asintomatici.

Una Pasqua ridotta all’essenziale, spoglia, con la chiesa vuota. Eppure proprio questo aspetto, il vuoto, ricorda da vicino il primo sepolcro a Gerusalemme, quello in cui Gesù è stato deposto e accolto. E la prima notte di resurrezione è stata dominata dallo stesso silenzio e dalla mancanza di pubblico: nessuno è testimone del momento in cui la Vita è ripresa a sgorgare nel corpo del Redentore, umiliato dalla sofferenza e dall’annichilimento sulla croce. Nelle chiese vuote e senza popolo si rinnova il mistero di quella prima notte di risurrezione, con lo stile, le assenze e i silenzi che per la prima volta nella storia hanno accompagnato la vittoria della Vita sulla morte.

Il potente trionfo di Cristo, pur celebrato nel quasi-silenzio delle chiese, ristora la fede di noi cristiani. Ma può questa fede portare conforto e luce al resto del mondo? Le notizie e le statistiche che ad ogni ora ci giungono dalle più diverse parti del pianeta, accrescono in tutti il senso di dolore e di morte: ogni giorno più infetti, ogni giorno più cadaveri, ogni giorno più strazio. Inquieta anche un altro aspetto: finora l’epidemia di coronavirus ha colpito soprattutto Paesi in Europa e America del nord, o come Cina, Giappone, Corea del Sud, dove vi è in qualche modo un sistema sanitario che pur collassando, riesce ancora ad assistere, curare, guarire almeno una parte dei colpiti dal virus. Al momento in cui scriviamo siamo all’inizio di quella che può evolvere in una tragedia: il diffondersi del coronavirus in Paesi come l’India, o come molti Paesi africani dove l’esercito dei poveri è di centinaia di milioni e dove le strutture sanitarie riescono a malapena a funzionare per i ricchi. Ma anche nei Paesi sviluppati, la morte sta dominando le giornate di tanti, evidenziando l’impotenza di tutti noi, pur impegnati senza sosta nelle cure. Tutto il mondo sembra una grande tomba che mette con le spalle al muro le nostre pretese di dirci felici.

“Figlio dell'uomo, potranno queste ossa rivivere?” (Ezechiele 37, 3). Questa domanda di Jahvé al suo profeta davanti alla valle sterminata piena di ossa, mi ritorna in mente in questo periodo. La domanda precede l’intervento dello Spirito che dalle ossa inaridite ricostruisce i tessuti corrotti e fa tornare in vita il suo popolo. Ma lo Spirito aspetta che il profeta lo annunci. L’annuncio della risurrezione nelle chiese vuote ha bisogno di profeti che portino questa speranza nella tomba del mondo.

È commovente sapere di tanti sacerdoti che in Italia hanno perso la vita nel loro ministero affianco ai malati di coronavirus. Ed è impressionante che davanti ai milioni di lavoratori a giornata rimasti senza lavoro, senza casa e senza cibo, ammassati nelle megalopoli indiane, i vescovi locali si siano messi in moto per curare i malati, ospitare i senzatetto, distribuire cibo. Tutto ciò è espressione di solidarietà che non viene solo dalle forze dell’uomo, ma è frutto della risurrezione di Gesù, che ha cancellato le nostre estraneità e ci ha resi fratelli.

Certo, molte persone vivono ancora per sé stessi. Come nella Passione di Gesù, vi sono gli approfittatori, chi è attento alle convenienze politiche, chi ai suoi guadagni, chi al suo potere, incuranti della morte che ci circonda e che divora anche loro. Ma Cristo è risorto e noi facciamo ormai parte di un nuovo mondo che sta sbocciando sulla tomba ormai vuota.

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