24/07/2009, 00.00
GIAPPONE
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Cresce l’industria bellica nel Giappone pacifista

di Pino Cazzaniga
La Costituzione giapponese esclude la possibilità che il Paese faccia guerre e persino che possieda un esercito. Da 62 anni nessun giapponese ha ucciso o è stato ucciso in azioni belliche. Ma il divieto è stato aggirato e le fabbriche producono sofisticate armi tecnologiche.
Tokyo (AsiaNews) – La Costituzione giapponese afferma che il Paese non può avere un esercito, né potenziale bellico e, per legge, non è neppure permesso il passaggio di armi nucleari. Ma la sua industria produce, e vende, armi supertecnologiche. E mentre nel Paese è aperto il dibattito su una possibile riforma costituzionale proprio su tale questione, viene da chiedersi se il Paese del sol levante sia ancora oggi "pacifista".
 
Tutto nasce il 26 luglio 1945. Il presidente degli Stati Uniti Harry Truman, il primo ministro inglese Winston Churchill e il presidente della Repubblica di Cina Chiang Kai–shek si incontrarono nel castello di Potsdam, a pochi chilometri da Berlino, per determinare i termini della resa del Giappone. L’ultimatum stabiliva che se il Giappone non si fosse arreso senza condizioni avrebbe subito "pronta e completa distruzione". La "Dichiarazione di Potsdam", che non implicava affatto l’annientamento della nazione giapponese né di un suo governo, ma solo la sua democratizzazione, è all’origine del Giappone moderno.
 
Dal 15 agosto 1945, giorno della resa incondizionata, al generale Douglas Mc Arthur , lo "shogun americano", furono dati ampi poteri per renderla effettiva. Lo scopo è stato raggiunto con un programma in due parti: punizione e rinnovamento; il programma punitivo ha avuto il suo culmine nel cosiddetto "tribunale internazionale di Tokyo", speculare a quello di Norimberga; quello di rinnovamento, di gran lunga più importante, ha avuto la sua migliore espressione nella nuova Costituzione, proclamata il 3 maggio 1947.
 
La democrazia e la pace ne sono le colonne portanti, ma la seconda la caratterizza in modo singolare, tanto da venir indicata come la "Costituzione pacifica": "Peace Constitution", grazie, soprattutto all’articolo 9, che consideriamo la gemma di tutto il documento. Ecco il testo: "Aspirando sinceramente a una pace internazionale basata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per risolvere controversie internazionali. Per realizzare lo scopo del precedente paragrafo non saranno mantenute forze (militari) terrestri, marittime e aeree né altro potenziale bellico. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto". Detto in parole semplici: il Giappone rinunciava al diritto di dichiarare guerra e a quello di possedere un esercito! Nessuna nazione nel mondo ha una costituzione così pacifista. Ma c’è di più. Dopo 62 anni dalla sua proclamazione la carta fondamentale della nazione giapponese si presenta come la costituzione modello, perché oggi sembra che non si possa più parlare di "guerra giusta"
 
Giapponesi un popolo pacifista?
 
Tuttavia la luminosità della Costituzione pacifista non è senza ombre, almeno per quanto riguarda la sua origine. Il testo è stato preparato da giuristi americani. Molti non la ritengono genuinamente giapponese. Forte e legittimo è il movimento per la sua sostituzione o riforma.
 
Ma per non indebolirla nella stima e nella forza giuridica occorre tener presenti tre fatti: primo, essa è stata approvata dalla Dieta (Parlamento), con sole sei astensioni; secondo, per quanto riguarda il "pacifismo reale" la sua efficacia è stata enorme: negli ultimi 62 anni nessun giapponese è stato ucciso o ha ucciso alcuna persona in guerra; infine, se ci limitiamo all’articolo 9, da un’ inchiesta popolare risulta che il numero dei cittadini che desiderano mantenerlo così com’è supera quello di coloro che ne richiedono qualche modifica.
 
Ma anche detto questo, il pacifismo giapponese non è limpido, perché in Giappone ci sono tre poteri: uno democratico e due occulti; il primo è rappresentato dal popolo, gli elettori; e qui la garanzia di libertà e di trasparenza è buona; gli altri due sono nelle mani dell’industria e della burocrazia. dove sull’etica della democrazia prevale la logica del profitto o quella dei rapporti di forza internazionali.
 
La produzione delle armi nutre l’industria giapponese.
 
Oggi le guerre non si fanno con gli eserciti ma con le armi sofisticate. È per rispondere a questa logica e insieme alla logica del profitto che il Giappone, a 60 anni dalla promulgazione di una Costituzione pacifista, è al quinto posto nel mercato militare con vendite di armi valutate a quasi 5 miliardi di dollari. I complessi industriali che le producono sono tra i maggiori della nazione, come la Mitsubishi, la NEC e la Kawasaki Heavy Industries
 
Il governo degli Stati Uniti che, tramite Mc Arthur, nel 1947 aveva presentato al Giappone, una Costituzione che escludeva il possesso di un esercito, permettendo solo una organo di polizia nazionale, solo cinque anni dopo lo esortava a dotarsi di un Corpo di difesa nazionale (Jieitai) Motivo: l’inizio della guerra fredda. Il Giappone non si è fatto ripetere due volte l’esortazione a istituire il suo "Corpo di difesa nazionale" che, per salvare l’apparenza giuridica non ha mai chiamato "esercito": attualmente è dotato delle armi moderne più sofisticate, escluse quelle nucleari.
 
Nel 1953, solo un anno dopo aver riconquistato i pieni poteri, il Giappone ha cominciato a vendere armi nonostante i divieti di esportazione. L’apertura del governo giapponese al mercato bellico internazionale si è fatta sempre più larga, fino ad arrivare a vere alleanze di ricerca con gli Stati Uniti su armamenti ultramoderni come i missili BMD (Ballistic Missile Defense), e a concedere l’esportazione in USA e in Europa di tecnologia sofisticata di tale tipo. La Nippon Keidanren (la Confindustria giapponese) ha salutato questa decisione governativa come un gran passo in avanti..
 
Per il prossimo futuro le prospettive giapponesi della cooperazione internazionale dell’industria militare sono brillanti. specialmente nella nanotecnologia. Nei settori della miniaturizzazione, dei robot e dell’ottica digitale il Giappone offre un servizio eccellente e ambito.. Si sa che gli Stati Uniti oggi usano in Iraq circa 12.000 robot che, se si vuole, possono essere equipaggiati di missili e mitragliatrici.
 
Si può ancora definire "pacifista" una nazione così implicata nella produzione di armi ultramoderne solo perché la sua Carta fondamentale le impedisce di possederle?
 
La diplomazia occulta degli ufficiali del ministero degli esteri
 
Eisaku Saku (1901-75) è stato, forse, il più astuto e il più brillante primo ministro del dopo guerra nella seconda metà degli anni ’60. Nel 1967 ha introdotto in Giappone la legislazione dei tre principi anti-nucleari: "non produrre, non possedere e non introdurre" (in Giappone) bombe nucleari. Per questo e per la sua attività in favore del trattato di non-proliferazione nucleare, nel 1974 gli è stato conferito il premio Nobel per la pace. Ma qualche anno fa da alcuni documenti americani declassificati si è venuto a sapere che Sato, negli anni ’60, durante una visita alla Casa Bianca ha tacitamente accettato che, in caso di necessità, navi USA con testate nucleari potessero transitare nei porti giapponesi.
 
Inoltre nel 2001, dopo che è stata approvata la legge sulla libertà di informazione, un ex alto ufficiale del ministero degli esteri giapponese, ha rivelato al quotidiano Asahi che un documento scritto su questo patto nucleare segreto di fatto esisteva negli archivi del ministero ma che recentemente era stato distrutto su ordine della burocrazia.
 
Ne risulta che, mentre i ministri dei dicasteri si succedono con relativa frequenza, gli alti ufficiali della burocrazia rimangono a lungo come i competenti nel settore e i fiduciari, naturalmente segreti, del primo ministro.
 
A livello di politica internazionale ciò di cui essi devono essere competenti sono soprattutto i rapporti di forza, non i principi pacifisti della costituzione.
 
Ma la ragione di Stato non può tradire la fiducia democratica quando si tratta di principi tanto fondamentali quale quello della pace nel mondo. Gli intellettuali e la popolazione, specialmente nelle grandi metropoli, ne stanno prendendo coscienza.
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