05/03/2016, 10.32
CINA
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All’Assemblea nazionale del popolo la Cina incerta fra riforme e controllo

di Bernardo Cervellera

Il premier Li Keqiang prevede una crescita in un campo fra il 6,5 e il 7%. Il debito pubblico (in confronto al Pil) crescerà del 3%. Ancora una volta promessa una riforma delle imprese di Stato, fortemente indebitate e una transizione verso un’economia di mercato. Il freno delle famiglie dei membri del Partito e quello del Partito stesso, che non vuole perdere la sua egemonia. Cresce il bilancio dell’esercito (7,6%) e della pubblica sicurezza (5,3%).

Roma (AsiaNews) – All’Assemblea nazionale del popolo (Anp), apertasi stamane nella Grande sala in piazza Tiananmen, è apparsa una Cina piena di incertezze, divisa fra il desiderio di riforme, soprattutto economiche, e l’imperativo di non perdere il controllo sociale.

Per la prima volta in 20 anni la relazione annuale del premier, al primo giorno dell’Anp, non ha presentato cifre precise e assolute, ma un “campo” in cui muoversi.

Il premier Li Keqiang ha annunciato che la crescita del Paese potrà essere fra il 6,5 e il 7%, senza dare nemmeno cifre e prospettive sulla crescita del commercio.

L’incertezza deriva anzitutto dalla stentata situazione economica mondiale, ma anche dai segnali negativi che il Paese ha offerto lo scorso anno: la previsione di crescita del Pil (prodotto interno lordo) del 7% si è ridotta al 6,9 (il valore più basso in 25 anni); i valori dell’import-export sono scesi del 7% (mentre si prevedeva una crescita del 6%); il debito pubblico è giunto al 250% del Pil.

A questi segnali vanno aggiunti altri: grandi complessi industriali statali indebitati; banche sovresposte con crediti facili; governi locali con falsi bilanci e immersi nei debiti; il mercato edilizio in sovrapproduzione e sull’orlo di una bolla speculativa. In più la scorsa estate i giganteschi alti e bassi le borse di Shanghai e Shenzhen hanno perduto 4mila miliardi di dollari.

Dal punto di vista sociale, vi è un aumento della popolazione anziana (dovuta alla legge sul figlio unico); un vertiginoso abisso fra ricchi e poveri; salute e pensioni non garantite.

Sotto la presidenza di Xi Jinping si è già cercato di rispondere a queste situazioni: abolizione della legge sul figlio unico; lotta alla corruzione; maggiore libertà nello stabilire il valore della moneta.

Il duo Xi-Li aveva promesso una riforma economica che trasformasse la Cina da un Paese basato sull’export (e sulla manodopera a basso costo) a uno basato sul consumo interno e a una maggiore economia di mercato. Ma questo è avvenuto solo in minima parte.

Nella sua relazione, Li Keqiang ha detto ancora una volta che metterà mano alle imprese di stato, chiudendo quelle improduttive e inefficienti, ristrutturandone altre, garantendo allo stesso tempo 100 miliardi di yuan (circa 15 miliardi di dollari) per tutti i licenziamenti che ne deriveranno.

Un’altra decisione è l’aumento del 3% del debito pubblico (rispetto al Pil). Lo scorso anno era previsto un incremento del 2,3, anche se gli economisti stimano che nel 2015 l’incremento è stato del 3,5. Vi è anche la promessa di liberalizzare i tassi di interesse, riformare le banche e le borse, al momento sotto uno stretto controllo del governo, garantendo entro cinque anni un raddoppio del reddito-pro-capite rispetto al 2010 e posti di lavoro per  oltre 10 milioni di persone.

Il grido delle riforme è già risuonato per anni nella Grande sala del popolo, ma ormai molti amici riformisti di Xi Jinping l’ascoltano con scetticismo. Ciò che frena un passo deciso sono anzitutto gli interessi delle varie fazioni presenti nel Partito e sostenute dai loro familiari, capi delle aziende di Stato, che non vogliono perdere i loro benefici (fra cui la copertura dei debiti da parte del governo) e quindi lottano contro ogni ristrutturazione. Ma anche il governo sembra indeciso, nominando ogni volta capi di aziende non in base al loro curriculum di studi ed esperienze, ma in base alla fedeltà al Partito.

E in effetti, l’altro grande ostacolo alle riforme è il Partito stesso, che non vuole perdere la sua egemonia e controllo. Ne è prova il modo in cui esso è intervenuto nella crisi delle borse, pur predicando la transizione verso un’economia di mercato.

Così, mentre centinaia di milioni di persone chiedono maggiore giustizia, la fine dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, una più equilibrata distribuzione della ricchezza, la risposta del Partito rimane quella di sempre: arresti di avvocati che difendono i poveri; arresto di attivisti e blogger; silenzio e controllo sui media.

Nei giorni scorsi hanno fatto scalpore le critiche “liberali” di un membro del Partito, Ren Zhiqiang, che ha criticato Xi Jinping per la sua richiesta ai media di mantenere “l’assoluta lealtà” al Partito. Subito si è scatenata una campagna stampa contro di lui e il suo account sul microblog cinese è stato chiuso. All’Anp e alla Conferenza consultiva politica del popolo cinese (che si svolge in parallelo) nessuno osa dire una parola sulla questione.

Rimane quindi il controllo. Per quest’anno il bilancio dell’esercito crescerà del 7,6% (lo scorso anno era del 10,1); il bilancio della pubblica sicurezza, per mantenere la “stabilità sociale” sarà incrementato del 5,3% (lo scorso anno era del 4,3).

Alcuni economisti dicono che con le riforme, la Cina potrebbe superare in poco tempo gli Stati Uniti e divenire la prima economia mondiale. Ma per fare questo, il Partito deve riformare se stesso. E il tempo stringe.

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