Smentendo le previsioni il partito Bhumjaithai in testa ai consensi con un ampio margine: il premier uscente Anutin Charnvirakul, imprenditore populista rafforzato dal conflitto con la Cambogia, ha raccolto voti anche nelle roccaforti del Pheu Thai. Sconfitti i riformisti del People's Party, che non riescono and andare oltre il voto dei giovani e della classe media urbana. Con la vittoria del sì al referendum verrà comunque emendata la costituzione voluta dai militari.
Il People’s Party, erede di Move Forward nel fronte progressista, guida i sondaggi per il voto di domani in Thailandia. Ma punta su una linea più moderata verso monarchia ed élite per evitare di andare incontro a uno scioglimento come accaduto ai suoi predecessori.
In gioco non sono la questione del governo ma anche la possibilità o meno di riscrivere la Costituzione voluta dai militari nel 2017. Indebolito il Pheu Thai del clan Shinawatra la partita appare tra i riformisti del People's Party e il Bhumijaythai dell'attuale premier Anutin che punta a capitalizzare l'ondata nazionalista suscitata dallo scontro con la Cambogia. Ma la vera sfida è l'economia che arranca.
Una delegazione dell'Uniapac - che riunisce 45mila imprenditori di tutto il mondo nel nome del magistero sociale della Chiesa - sta incontrando i propri colleghi cattolici di Thailandia, Indonesia, Filippine, Singapore e Vietnam per allacciare nuovi contatti. Obiettivo: far crescere attività che mettano al centro l'uomo e non il profitto in un contesto dove l'aumento del Pil troppo spesso non abbatte le disuguaglianze.
A poco più di una settimana dalle elezioni generali dell’8 febbraio, un sondaggio nazionale ha evidenziato come il partito progressista resti nettamente in testa nelle preferenze degli elettori, seguito dal Pheu Thai e dal Bhumjaithai del premier Anutin. I vescovi cattolici invitano i fedeli a un voto responsabile fondato sul bene comune, la dignità umana e la giustizia sociale.
Il voto per l'adesione all'Unclos arriva dopo quarant'anni di rinvii e guarda a un nuovo fronte con la Thailandia riguardo ai giacimenti contesi al largo dell'isola di Koh Kood. Nel 2001 Thaksin Shinawatra aveva firmato un accordo con Hun Sen per uno sfruttamento comune mai realizzato e oggi contestato a Bangkok. L'intereccio con l'arbitrato del 2016 sulla "linea dei nove tratti" attraverso cui Pechino rivendica ampie aree del Mar Cinese Meridionale.