Il ritorno in patria di oltre 900mila persone migranti ha fatto crollare di oltre il 20% il flusso di denaro dall'estero secondo un rapporto della banca centrale cambogiana. Una situazione che complica la disponibilità economica delle famiglie e genera nuove pressioni sul mercato del lavoro interno, mentre continuano le critiche al governo e le tensioni con Bangkok lungo il confine.
La rielezione del primo ministro uscente segna un fatto inedito nella politica thailandese degli ultimi due decenni, dominati da governi fragili e interventi dei militari. Il Bhumjaithai ha conquistato la maggioranza con una coalizione ampia, penalizzando i movimenti progressisti e le istanze delle giovani generazioni. Sullo sfondo restano le tensioni con la Cambogia e il rischio di stagnazione economica.
Fabc, Celam e Secam - le federazioni continentali delle Conferenze episcopali - hanno sottoscritto un documento che è anche impegno comune. L’appello ai governi di tutto il mondo ad abbracciare un “trattato di non proliferazione”. Caritas internationali: il ruolo della donna è cruciale nel fronteggiare i cambiamenti climatici.
Il prezzo di una noce di cocco in Thailandia, che prima del 2020 costava 20 baht, oggi è sceso fino a 2 baht, mettendo in crisi i piccoli coltivatori. Secondo i produttori locali, poche società legate a capitali cinesi controllano ormai gran parte della filiera, imponendo prezzi bassissimi e distorcendo il mercato.
Decisivi per l'economia ma ignorati dal dibattito pubblico: i lavoratori fuggiti dal Myanmar non erano presenti tra i temi dell'ultima campagna elettorale. Con la vittoria del premier thailandese Anutin Charnvirakul e del suo partito conservatore Bhumjaithai, molti si aspettano di vedere legalizzata la propria situazione, dopo che lo scorso anno sono stati approvati i permessi lavorativi dei rifugiati nei campi profughi in sostituzioni dei migranti cambogiani.
Per la Commissione nazionale anticorruzione 44 esponenti del partito riformista giunto secondo alle elezioni di domenica avrebbero "violato l’etica". In realtà, nel 2021 avevano proposto emendamenti all’articolo 112 divenuto nel tempo strumento di repressione delle voci critiche. In bilico il mandato di alcuni parlamentari che dovrebbero dimettersi prima ancora del giudizio. Anche le Nazioni Unite chiedono modifiche alla controversa norma.