28/02/2025, 11.02
TURCHIA
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Curdi al bivio dopo l’appello di Öcalan per la fine della lotta armata del Pkk

di Dario Salvi

Fonti curde di AsiaNews a Diyarbakır parlano di “fine di un’era e inizio di una nuova fase”. Ieri il leader ha incontrato una delegazione in carcere, affidando un messaggio in cui invita a deporre le armi e il movimento a dissolversi. Tuttavia il quadro resta di profonda incertezza, con “due diverse correnti di pensiero: una per la fine delle violenze, l’altra convinta che il problema rimane aperto”. 

Milano (AsiaNews) - Un annuncio che potrebbe avere una portata storica, ma le cui conseguenze sul campo sono ancora tutte da scoprire. Sono ore di speranza, alternata a grande incertezza, quelle che vivono in queste ore i curdi in Turchia, all’indomani dell’appello dal carcere di massima sicurezza dello storico leader Abdullah Öcalan, che ha invocato la fine della lotta armata del Partito dei lavoratori del Kurdistan. Interpellata da AsiaNews una fonte istituzionale curda a Diyarbakır (capoluogo dell’omonima provincia, nel sud-est), dietro anonimato per motivi di sicurezza, afferma che "il Pkk dovrebbe seguire l'appello di Öcalan" ma nel Paese vi sono "due diverse correnti di pensiero: alcuni pensano questo appello metterà fine agli scontri e preparerà il terreno per un cammino verso una Turchia democratica. Altri ritengono che le violenze non finiranno e la questione curda continuerà a essere un problema per il Paese”.

Fondato nel 1978, il Pkk si è battuto in una prima fase per un Kurdistan indipendente, per poi dirottare la propria lotta a favore di una autonomia. Il gruppo è designato come organizzazione terroristica da Ankara e dagli alleati occidentali, a partire dagli Stati Uniti, e dal 2024 lo stesso governo iracheno lo ha inserito nella lista delle organizzazioni vietate. Nel 2010 e, più tardi, nel 2013 l’Akp e il governo hanno avviato colloqui di pace mostrando un’apertura che non ha però portato a vere e proprie trattative di pace. Al contrario, i colloqui sono deragliati definitivamente nel 2015, lasciando spazio a intensi combattimenti nelle aree a sud-est, oltre a una serie di attentati attribuiti al movimento nella capitale e a Istanbul, con una lunga scia di sangue.

Il 75enne Ocalan è rinchiuso dal 1999 in una cella della prigione di massima sicurezza sull’isola di Imrali, mare di Marmara a sud di Istanbul, dove sconta l’ergastolo dopo che la condanna a morte comminata in un primo momento è stata tramutata nel carcere a vita. Nel suo appello, letto nel pomeriggio di ieri dai membri della delegazione che lo ha incontrato in carcere, il leader curdo ricorda la nascita del Pkk nel XX° secolo, che definisce “l’epoca più violenta nella storia dell’umanità” con i suoi due conflitti mondiali, il socialismo e la “guerra fredda” fra le potenze globali e le sfere di influenza. “La negazione assoluta della realtà curda, le restrizioni ai diritti e alle libertà fondamentali - in particolare la libertà di espressione - hanno svolto un ruolo significativo nel suo emergere e nello sviluppo” ricorda Öcalan.

Turchi e curdi, prosegue, per mille anni sono riusciti a convivere “secondo una collaborazione reciproca e un’alleanza” contro le potenze egemoni. Tuttavia, negli ultimi 200 anni “di moderno capitalismo” questa alleanza è stata spezzata, dunque il “compito principale” è di “ripristinare questa relazione storica”. “Il rispetto per le identità, libera auto-espressione, auto-organizzazione democratica di ogni segmento della società basata su strutture socio-economiche e politiche proprie, sono possibili solo attraverso l’esistenza - prosegue - di una società democratica e di uno spazio politico”. Dando seguito agli appelli del deputato Devlet Bahceli, e considerando la buona volontà del presidente [Recep Tayyip Erdogan], e i pareri “positivi” degli altri partiti politici, conclude Öcalan, “lancio un appello per la deposizione delle armi. Mi assumo la responsabilità storica di questa chiamata; tutti i gruppi devono deporre le armi e il Pkk dissolversi”.

Nell’ottobre scorso, dopo tre anni di isolamento completo, il leader curdo ha potuto ricevere una visita dopo oltre 40 mesi - l’ultima era del 3 marzo del 2020 - di un parente, Omer Ocalan, che è anche deputato del partito filo-curdo Hdp (Partito democratico dei popoli). A lui aveva affidato un primo messaggio di apertura al dialogo col governo turco, in risposta all’inusuale appello lanciato il 21 del mese dal leader del partito di estrema destra Mhp (Partito del Movimento Nazionalista), e alleato di Erdogan: nel suo intervento Devlet Bahceli aveva proposto di invitare Öcalan in Parlamento per dichiarare la fine della lotta armata e indipendentista, aggiungendo che dovrebbe beneficiare della legge sul “diritto alla speranza” che può portare alla scarcerazione. Tuttavia, i primi passi sono stati funestati nelle settimane successive da attentati e bombe.

“I curdi chiedono sempre la pace e la fine degli scontri, dei combattimenti in Turchia, quindi penso che dovremo aspettare e vedere cosa succederà nel futuro prossimo” sottolinea la fonte di AsiaNews, secondo cui il quadro resta incerto. “L’appello fatto da Öcalan - prosegue - significa certamente la fine di un’era e l’inizio di una nuova fase. Penso che il movimento curdo continuerà a lottare per la libertà del popolo curdo ma in un modo diverso, forse più in un ambito politico”. La delegazione del partito, ricorda la fonte, ha avuto “tre incontri con Öcalan in poco più di un mese e non sappiamo nulla di cosa si sono detti, di cosa hanno parlato, se hanno raggiunto accordi o fissato punti programmatici durante gli incontri”. La stessa delegazione “si è recata nella regione del Kurdistan iracheno e ha avuto alcuni incontri con il presidente del Kurdistan [Nêçîrvan Barzanî] e altri partiti politici locali ma, anche qui, non sappiamo nulla di cosa hanno discusso quindi è difficile avanzare ipotesi per il futuro. Questo - conclude - è un momento di attesa e di passaggio, staremo a vedere tutti assieme cosa succederà in futuro per il popolo curdo e quello turco”.

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