25/10/2017, 14.05
ISRAELE
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Vicario in Israele: cattolici di lingua ebraica ‘operatori di pace’ in Terra Santa

La piccola e “viva” comunità cattolica di lingua ebraica nasce negli anni Cinquanta. “Aiutiamo i giovani a formarsi un’identità cristiana chiara, senza paura, aperta”. L’impegno per il dialogo interreligioso. La necessità di riavvicinare i “cristiani dei due lati”. Il lavoro  religioso e sociale con i figli dei migranti.

Gerusalemme (AsiaNews) – La vocazione dei cristiani in Terra Santa è di essere “operatori di pace”, di lavorare per avvicinare le persone, senza essere “pro uno o contro l’altro”. Sono le parole con cui p. Rafic Nahra, definisce l’esperienza di fede vissuta dalla comunità a lui affidata. Dal 21 ottobre egli è il nuovo responsabile del Vicariato di San Giacomo per i cattolici di lingua ebraica in Israele.

P. Rafic Nahra ha operato nel vicariato insieme al suo predecessore p. David Neuhaus SJ, e afferma di voler agire nel segno della “continuità”, seguendo l’impegno per l’educazione dei giovani e per il dialogo fra le religioni e fra le comunità cristiane di Terra Santa. A Gerusalemme dal 2004, è stato inviato alla Chiesa di Parigi per studiare il pensiero ebraico. Da allora è molto attivo nello stabilire contatti con la comunità ebraica.

Egli racconta che la modesta Chiesa cattolica in Israele non fa proselitismo, ma vive la sua testimonianza di fede nell’essere “apertamente cristiani” e svolgendo il ruolo di ponte di dialogo, lontano da discorsi politici.

“Di politica se ne parla dappertutto nel mondo ogni giorno, non è questa la nostra missione. La nostra missione è aiutare la gente a stabilire contatti. Gesù dice ‘Beati gli operatori di pace’ e io penso che qui questa sia una vocazione particolare per i cristiani. Il nostro ruolo non è essere pro uno o contro l’altro, ma aiutare ad avvicinare le persone. Costruire la pace piuttosto che la tensione e l’odio”.

La comunità cattolica di lingua ebraica nasce negli anni Cinquanta, dopo la creazione dello Stato d’Israele. È una comunità piccola, iniziata con le coppie miste - cattoliche ed ebraiche -  arrivate nel neonato Paese. Al tempo, in lingua ebraica “non c’era niente, né messale, né libri di spiritualità. Si cominciava da zero”. Ancora adesso non esiste un messale completo in ebraico. Insieme alle coppie miste, sono giunti volontari e religiosi. Per loro era importante lavorare per migliorare i rapporti fra cristiani ed ebrei. Oggi i cattolici di lingua ebraica sono circa un migliaio, e si dividono fra la parrocchia di Gerusalemme,  Beersheba, Jaffa, Haifa e Tiberiade. La comunità è viva, piena di giovani, di cui alcuni hanno partecipato a Giornate mondiali della gioventù.

“È possibile vivere come cristiani in Israele, solo che se vogliamo davvero integrarci nella società e non fare un ghetto dobbiamo essere forte e coraggiosi. Aiutiamo i giovani a formarsi un’identità cristiana chiara, senza paura, aperta. Abbiamo le stesse sfide che ci sono ovunque nel mondo: un tipo di ‘laicismo’ nel senso di ‘vivere senza Dio’, una società materialista. Cerchiamo di convincere i giovani a non entrare in questa mentalità, ma di vivere la loro fede in un modo impegnato. C’è molto da fare, ma è una bella comunità”.

Il dialogo interreligioso

Fin dall’inizio per “le piccole Chiese” d’Israele l’aspetto interreligioso è stato fondamentale. Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli eventi e i rapporti con le comunità ebraiche, come degli incontri mensili per studiare insieme la Torah e il Nuovo Testamento. “Cerchiamo di conoscerci, di fare un cammino insieme. Facciamo anche carità interreligiosa, ebrei, musulmani e cristiani insieme. Per noi è importante, è la nostra testimonianza per vivere insieme”.

I cristiani “dei due lati”

Un impegno “molto caro” a p. Nahra è quello di riavvicinare i “cristiani dei due lati”, cioè gli arabi cristiani e quelli di espressione ebraica. Secondo il vicario, la prima difficoltà fra i due gruppi non è politica, ma linguistica e culturale: “Anche se a Gerusalemme vivono nella stessa città, sono due mondi culturali diversi. Il ritmo di vita è diverso. C’è difficoltà a stabilire contatti e magari qualche resistenza psicologica ad andare nel quartiere dell’altro, ma si può vincere. Nei prossimi anni, con l’aiuto di Dio e di chi è interessato, vorrei davvero riuscire ad avvicinare i cristiani, perché possiamo incoraggiarci e aiutarci gli uni gli altri”.

La “nuova realtà” dei migranti cattolici

Alla comunità, cinque anni fa si è aggiunta “una realtà nuova. Abbiamo cominciato a lavorare con i figli dei migranti venuti a lavorare in Israele, che vanno alle scuole israeliane, parlano ebraico e sono molto simili agli altri ragazzi”. Il numero di questi bambini è difficile da dire, perché sebbene i migranti cattolici siano decine di migliaia, non tutte le famiglie hanno figli e alcuni non possono restare in Israele. “Alcuni rimangono qui, crescono, a volte sono obbligati a ripartire, ma spesso se accettano di fare il servizio militare possono rimanere. Noi accogliamo tutti quelli che vengono, non sapendo chi rimarrà e chi no. Non facciamo distinzioni, abbiamo questi bambini, che parlano ebraico, il Signore ce li manda, quindi facciamo il necessario”.

Iniziando il catechismo in ebraico “ci siamo resi conto che non è un problema solo religioso, ma anche sociale. Sono molto poveri, hanno pochi mezzi e le loro madri lavorano tutta la giornata. È così che a Gerusalemme abbiamo aperto un “patronage” per accogliere i bambini. Quelli da zero a tre anni li accogliamo tutta la giornata perché le madri lavorano tutto il giorno, mentre quelli da tre fino a 11 anni vengono ogni giorno il pomeriggio e li aiutiamo per studiare. È diventata una parte importante del nostro lavoro come vicariato”. 

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