08/05/2019, 11.18
IRAN
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Teheran ritira parte dell’accordo sul nucleare. Gli Usa mandano i B-52 nella regione

A un anno dalla decisone di Trump, la Repubblica islamica annuncia la ripresa parziale del programma atomico. Cancellate le limitazioni sulle riserve di acqua pesante e sull’uranio. Per Rouhani “non è la fine dell’accordo nucleare”, ma servono garanzie dagli altri partner. Washington invia i bombardieri in Medio oriente, Pompeo in visita a sorpresa a Baghdad. 

Teheran (AsiaNews/Agenzie) - A un anno esatto dalla decisione del presidente Usa Donald Trump di ritirarsi dall’accordo sul nucleare iraniano, questa mattina Teheran ha annunciato la ripresa (parziale) del programma atomico, compreso l’arricchimento dell’uranio. Intervenendo alla tv di Stato, il presidente Hassan Rouhani ha comunicato alle nazioni ancora vincolate al patto (Regno Unito, Francia, Germania, Cina e Russia) che hanno 60 giorni per attuare le misure necessarie per proteggere il settore petrolifero e bancario della Repubblica islamica. 

Rivolgendosi al Paese, il capo dei Stato ha ricordato che “l’accordo sul programma nucleare iraniano era stato raggiunto nell’interesse del mondo”. Tuttavia, ha proseguito, i “nemici dell’Iran [leggi Stati Uniti sotto la guida Trump] hanno esercitato pressioni” che hanno spinto “al ritiro”. Teheran scrive dunque la parola fine alle limitazioni sulle riserve di acqua pesante e di uranio arricchito; inoltre, non sono escluse “nuove misure” sul nucleare “entro 60 giorni”. 

Rouhani si è rivolto ai leader dei Paesi ancora parte dell’accordo, già avvisati nei giorni scorsi della decisione di Teheran attraverso canali diplomatici, ricordando che hanno due mesi di tempo per “rendere operativi i loro impegni”. Il riferimento è “ai settori petrolifero e bancario”, colpiti in modo durissimo dalle sanzioni statunitensi dell’ultimo anno. 

L’8 maggio 2018 il presidente Usa Donald Trump ha ordinato il ritiro dall’accordo nucleare (Jcpoa) raggiunto a fatica e con intensi negoziati dal predecessore Barack Obama, introducendo le più dure sanzioni della storia contro Teheran. Una decisione che ha provocato un significativo calo nell’economia iraniana - confermato da studi Fmi - e un crollo nel petrolio, obiettivo della seconda parte in vigore dal 4 novembre scorso.

Una linea dura, sebbene la Repubblica islamica continui a mantenere fede agli impegni presi nel contesto dell’accordo nucleare, come certificato dagli esperti Aiea.

Se non vi saranno risposte adeguate, sottolinea il presidente iraniano, naturale conseguenza sarà il ritiro dagli altri impegni nel contesto dell’intesa sottoscritta quattro anni fa. “Il Jcpoa - ha aggiunto - riveste un interesse nazionale strategico, non è una questione individuale, di parte o di governo” ma è stata presa a suo tempo “dall’intero” esecutivo e per il bene del Paese del suo popolo. “Il popolo iraniano e il mondo - ha concluso - devono sapere che oggi non è la fine del Jcpoa” e che “queste azioni sono in linea con il Jcpoa”. 

Sulla questione è intervenuto anche il grande artefice del patto nucleare sulla sponda iraniana, il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, il quale ha spiegato che la scelta di “sospendere” alcuni impegni “nell’ambito dell’accordo internazionale nucleare non è una violazione all’intesa, dalla quale Teheran non intende uscire”. Da Mosca, dove si trova in missione diplomatica, egli ha quindi aggiunto che “la Repubblica islamica ha ‘solo’ giudicato opportuno mettere fine ad alcuni impegni e misure”, come peraltro prevedono la sezione 26 e 36 dell’accordo. Essa permette all’Iran di cessare alcuni o tutti gli impegni se una delle parti, come è avvenuto un anno fa con l’uscita degli Stati Uniti, non aderisce in pieno all’accordo o re-introduce sanzioni. 

L’annuncio di Teheran giunge a poche ore di distanza dalla visita a sorpresa del segretario di Stato Usa Mike Pompeo in Iraq, con l’obiettivo di assicurarsi il sostegno di Baghdad in un’ottica anti-iraniana. Al contempo gli Stati Uniti stanno predisponendo una redistribuzione delle forze militari nell’area mediorientale, con l’invio di cacciabombardieri B-52, portaerei e navi da guerra. Da tempo l’amministrazione Usa, dietro l’impulso del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, ha adottato una retorica bellicosa verso l’Iran che, oggi, si traduce in elementi concreti. 

Analisti ed esperti concordano nel ritenere che, di fronte a una escalation della tensione, vi è il rischio reale di un nuovo confitto in Medio oriente con la Repubblica islamica da un lato e gli Stati Uniti (più Israele, Arabia Saudita, Emirati…) sul fronte opposto. Già oggi migliaia di truppe statunitensi e iraniane operano a poca distanza le une dalle altre in Siria, Iraq e il pericolo di un incidente che possa innescare un conflitto aperto dalle conseguenze devastanti. La sola soluzione percorribile è quella di una riapertura dei canali diplomatici fra Washington e Teheran, come avvenuto pur fra mille difficoltà ai tempi dell’amministrazione Obama. Ma nella Casa Bianca sembra oggi prevalere la posizione di quanti alimentano venti di guerra.

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