21/06/2019, 14.47
SRI LANKA
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Sri Lanka, il dramma degli scampati ai massacri di Pasqua

di Melani Manel Perera

I profughi si sentono inutili perché non lavorano. Critiche condizioni di vita nei campi, senza bagni e acqua potabile.

Colombo (AsiaNews) – A confronto con altri Paesi che ospitano milioni di rifugiati, lo Sri Lanka sembra avere una situazione migliore: nell’isola infatti ci sono circa 1.700 profughi, in maggioranza musulmani ahmadi e quelli che sono scappati dopo le violenze scaturite come rappresaglia alle stragi di Pasqua. Eppure, sostengono gli attivisti, le loro condizioni sono drammatiche.

Secondo i dati ufficiali dell’Onu, sull’isola ci sono 862 rifugiati e 829 richiedenti asilo. Di questi, 1.362 provengono da Bangladesh, Eritrea, India, Iran, Maldive, Myanmar, Nigeria, Palestina, Somalia, Sudan, Siria, Tunisia e Yemen.

Nel totale delle persone sfollate sono da considerare anche coloro che sono fuggiti per scampare alle violenze dopo le stragi del 21 aprile. Essi abitavano soprattutto nell’area di Negombo, dove vivevano in case prese in affitto. Ora i proprietari si rifiutano di stipulare nuovi contratti e stanno cedendo gli appartamenti ad altri affittuari. Ai vecchi inquilini non resta che rimanere accampati in due moschee a Negombo e Pasyala e nel campo profughi di Vavuniya Punatotam.

Secondo Pradeep Wanigasuriya, amministratore del National Fisheries Solidarity Movement (Nafso), queste persone “rischiano di rimanere coinvolte in attività illegali, sono più soggetti allo sfruttamento, a essere sottopagati o arrestati nel caso in cui vengano scoperti”.

Per Menique Amarasinghe, capo dell’Unhcr in Sri Lanka, la cosa più penosa è che “essi si sentono inutili perché non possono lavorare. Non producono nulla e stanno sviluppando forme di depressione. C’è molta frustrazione tra di loro, oltre alle difficoltà causate dalla mancanza di bagni, acqua potabile, scuole per i bambini, e cibo diverso rispetto alla loro dieta”. Alcuni, conclude la donna, “si domandano anche come tutto questo sia stato possibile in un Paese che dichiara di praticare il vero buddismo”.

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