24/02/2015, 00.00
COREA DEL SUD
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Seoul e Dublino onorano p. McGlinchey, missionario che ha salvato l'isola di Jeju dalla fame

In Corea dal 1954, il sacerdote colombano di origine irlandese ha aiutato la società locale ad adattarsi alle moderne tecniche di allevamento. Ha creato una fattoria che è divenuta una scuola agraria per i giovani, convinto che la cosa migliore fosse "non dare, ma creare lavoro". Il governo sudcoreano e quello irlandese lo inseriscono nella lista delle "dieci persone più importanti dell'anno".

Seoul (AsiaNews) - Due medaglie, due "grandi onorificenze" concesse da due distinti governi per onorare un missionario irlandese che, in 60 anni di vita in Corea del Sud, ha di fatto salvato l'isola di Jeju e posto le basi per la sua economia attuale. Seoul e Dublino hanno voluto onorare fra il dicembre 2014 e il febbraio 2015 p. Patrick James McGlinchey, missionario della Società di San Colombano, per le "grandi opere" compiute nella sua missione in terra asiatica. Una missione che ha prodotto davvero molti frutti.

Il p. McGlinchey arriva nell'isola di Jeju - a sud della penisola coreana - nell'aprile del 1954. Da meno di un anno è finita la sanguinosissima Guerra civile che ha sancito la divisione in due parti - Nord e Sud - con un armistizio mai divenuto un vero trattato di pace. All'epoca ha 26 anni, ed è stato da poco ordinato sacerdote della Società missionaria di San Colombano.

L'arrivo in terra di missione ha tratti sconvolgenti. La povertà e la guerra hanno ridotto la società civile ai minimi termini, e il primo problema per tutti è quello alimentare: le derrate sono poche e la terra coltivabile è stata devastata dal conflitto. Le piccole industrie sono state riconvertite per scopi bellici e faticano a tornare alla normalità. Gli uomini sono stati decimati dall'arruolamento forzato.

Inoltre, è ancora fresco nella memoria di tutti il massacro del 3 aprile 1948, quando la neonata Corea - libera dal dominio giapponese - è sconvolta dalla guerriglia politica. In quel giorno, migliaia di guerriglieri comunisti attaccano le stazioni di polizia dell'isola di Jeju; il governo centrale, guidato da Rhee Syngman, risponde inviando l'esercito. Il conto dei morti non è mai stato reso pubblico, ma di sicuro supera le 30mila unità.

La gente - ricorda il missionario europeo - "ha sofferto tantissimo. Erano molto poveri e pieni di debiti, perché la morte di così tanti uomini aveva lasciato i conti aperti e le vedove sole a occuparsi della terra. Il governo non aveva i fondi per aiutarli, e questo ha scatenato una serie di eventi negativi".

Lo scoppio della Guerra civile non aiuta la popolazione, anche se Jeju ha all'epoca un certo grado di autonomia. In quanto isola, non si è mai ritrovata al centro del conflitto e la sua popolazione maschile - composta per lo più da allevatori e da pescatori - riesce a salvarsi dalla leva grazie al ricordo del massacro. Tuttavia, i locali guardano p. McGlinchey con diffidenza: "Vedevo che i loro metodi di allevamento erano scarsi, stavano sbagliando tutto. Un maiale di tre anni non arrivava a pesare 50 chili. Qualcosa non andava".

Nella sua terra di origine - la cosiddetta "Isola di Smeraldo" - il missionario aveva condiviso l'infanzia con gli allevatori: "Quando facevo le scuole elementari mungevo vacche da latte, e con il tempo ho svolto tutti i lavori utili in una fattoria. Ma per i coreani non significava nulla. Le prime parole in lingua locale che ho imparato sono state 'An-doep-ni-da', che significa 'No, questo non funzionerà'. I miei consigli non erano graditi".

A fianco del suo lavoro pastorale, il p. McGlinchey continua per cinque anni a suggerire ai fedeli e agli altri allevatori nuovi metodi per rinforzare le proprie bestie: "I contadini erano i più diffidenti, non si volevano mai fare aiutare. Ritenevano di sapere tutto sulla coltivazione, perché i loro antenati avevano arato quella stessa terra per secoli". Per questo "torna alla carica" con le nuove leve, giovani, di allevatori e trova una via di accesso al loro mondo.

Nel 1961, grazie alla carità di alcuni suoi fedeli irlandesi, ha modo di portare sull'isola alcuni nuovi macchinari per l'allevamento e un piccolo maialino bianco. A Jeju non esistono suini di questa razza ma soltanto quelli neri: per il suo piccolo, il sacerdote costruisce un riparo davanti alla chiesa. Il suo maiale Yorkshire cresce più in fretta e più in salute, e presto dà alla luce 10 piccoli maialini bianchi: nell'area è l'unica novità disponibile, e la chiesa diviene il punto dove andare per vedere qualcosa di diverso. Il p. McGlinchey diventa famoso.

Ad alcuni suoi giovani catechisti, il missionario propone un patto: un maialino a testa, ma che deve essere allevato lontano dai servizi igienici - dove fino ad allora i porci si nutrivano - e nutrito secondo la sua ricetta. Una volta ottenuti i cuccioli, rimanevano al nuovo padrone tranne due, che andavano riportati da lui. Piano piano, nonostante problemi e incomprensioni, le dimensioni della struttura crescono fino a divenire la "Fattoria sant'Isidoro".

In un primo momento, p. McGlinchey pensa di trasformare la sua fattoria in un luogo dove assumere i giovani e dare loro un salario. Ma presto capisce che la cosa migliore è insegnare, di modo che poi ognuno possa divenire padrone di se stesso. Grazie ad alcune suore missionarie irlandesi, invitate per l'occasione in Corea, apre una scuola per la tosatura e la lavorazione della lana delle pecore; i maiali crescono sani e in maniera igienica; le vacche forniscono carne. Per circa 50 anni, la sua "scuola agricola" diviene il cuore pulsante dell'isola. Le conversioni aumentano e la fede dei cattolici si rinforza.

Dopo 60 anni, il benessere ha oramai "invaso" Jeju e tutta la Corea del Sud. Ma per p. McGlinchey "la società si è deteriorata. Quei tempi erano duri, ma le persone si aiutavano fra loro e il senso di comunità era forte. I giovani rispettavano gli anziani e non ci si attaccava. Oggi tutto è cambiato: non abbiamo più fame, ma non saprei dire se è meglio o peggio". 

 

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