08/10/2020, 12.24
CINA
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Pechino sfrutta l’Onu per continuare a violare i diritti umani

Secondo Chinese Human Rights Defenders, le autorità cinesi non attuano le raccomandazioni formulate dalle Nazioni Unite sul rispetto dei diritti umani. Violati i diritti di uiguri, tibetani, altre minoranze etniche, cittadini di Hong Kong, attivisti politici e civili, donne, persone Lgbt, giornalisti, avvocati e medici. Gli Stati membri Onu devono bloccare l’ingresso della Cina nel Consiglio per i diritti umani.

Pechino (AsiaNews) – Il governo cinese non è riuscito a proteggere e promuovere i diritti umani in alcun modo significativo e ha sfruttato il processo di revisione delle Nazioni Unite. È quanto dichiarato oggi da Chinese Human Right Defenders (Chrd).  Due anni dopo il terzo esame periodico universale condotto nei suoi confronti dall’Onu, Pechino non ha attuato in modo pieno alcuna delle 58 raccomandazioni che affermava di aver "accettato". Di queste, cinque sono state attuate in modo parziale, e 53 non sono state applicate. Di seguito il testo del rapporto pubblicato da Chrd (traduzione a cura di AsiaNews).

Per la terza volta, nel novembre 2018, la condizione dei diritti umani in Cina è stata esaminata dagli altri Stati membri delle Nazioni Unite nell’Esame periodico universale (Upr), al quale tutte le nazioni si devono sottoporre ogni quattro anni. Al momento, il governo cinese non ha rilasciato alcuna valutazione sullo stato di applicazione delle raccomandazioni formulate dall’Onu. Sebbene gli Stati membri siano incoraggiati a presentare relazioni intermedie che valutino i loro progressi, le autorità di Pechino non hanno mai prodotto un tale documento. Chinese Human Rights Defenders ha colto l’occasione per condurre una propria valutazione intermedia dell’operato del regime cinese.

Due anni fa, gli Stati membri hanno formulato 346 raccomandazioni per la Cina. Nel marzo 2019, Pechino ne ha accettate 284. Chrd ha concentrato il suo esame su 47 raccomandazioni che il governo cinese ha dichiarato di aver “già attuato” e su 11  che sarebbero in “in corso di attuazione”. Abbiamo supposto che queste affermazioni indicassero che il governo era disposto a impegnarsi con la comunità internazionale per migliorare la sua situazione dei diritti umani.

In base alla nostra indagine, la Cina non ha “attuato in modo pieno” alcuna delle 58 raccomandazioni prese in considerazione. Ne ha attuate in modo “parziale” tre (il 5%) e non ne ha applicate 53 (91%). Non abbiamo potuto valutare in modo significativo due raccomandazioni: gli Stati che le hanno formulate hanno fatto ipotesi di fatto errate o hanno ignorato i risultati problematici della Cina prima dell’esame del 2018.

La Cina ha dichiarato di aver “già” applicato nove raccomandazioni su aspetti come la discriminazione contro le donne, le persone Lgbt, le minoranze etniche e religiose e i gruppi emarginati e svantaggiati. La nostra valutazione ha rilevato che nessuna di queste raccomandazioni  era stata attuata entro il 2018, né lo è stata da allora. Pechino non ha ancora adottato una legge specifica e completa contro la discriminazione.

Le donne hanno continuato a subire discriminazioni di genere sul lavoro. Le persone Lgbt hanno continuato ad essere discriminate a casa, al lavoro, a scuola e in pubblico; le autorità cinesi non ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso quando ha adottato il Codice civile nel 2020, nonostante le pressioni degli attivisti.

Durante la pandemia da Covid-19, ci sono state numerose segnalazioni di trattamenti discriminatori nei confronti dei migranti africani. Le minoranze etniche e religiose hanno continuato a subire discriminazioni nel lavoro e nell'alloggio e molti hanno dovuto affrontare detenzioni arbitrarie per aver praticato la loro religione e osservato le proprie usanze. Le persone con disabilità hanno continuato a subire discriminazioni in diversi settori: istruzione, assistenza sanitaria, lotta alla povertà e occupazione.

Altre otto raccomandazioni, che nel 2018 la Cina ha affermato di aver "già" attuato, riguardano la libertà religiosa. In realtà, esse non erano state attuate entro quel periodo, né sono state applicate da allora. La repressione delle attività religiose è continuata negli anni. Pechino ha intensificato la sua politica di "sinicizzazione" della religione, una politica di assimilazione culturale e religiosa, e nuove misure amministrative richiedono alle organizzazioni religiose di “sostenere la leadership del Partito comunista cinese".

La Cina ha continuato a mantenere campi di internamento per uiguri e altri musulmani turcofoni nello Xinjiang, dove sono stati arbitrariamente detenuti per aver esercitato il diritto alla libertà religiosa. Insieme a loro hanno subito brutali persecuzioni i musulmani, altri gruppi di origine turca, i tibetani, le chiese cristiane e il Falun Gong.

Gli Stati membri dell'Onu hanno formulato sette raccomandazioni sulla situazione degli attivisti per i diritti umani, che la Cina ha affermato di aver "già" attuato. Anche in questo caso, nessuna di queste raccomandazioni è stata attuata prima o dopo novembre 2018. I difensori dei diritti umani, tra cui giornalisti e avvocati, continuano a subire detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture, sanzioni amministrative, punizioni collettive contro le loro famiglie e sorveglianza mirata. La Cina spesso fa ricorso gli arresti domiciliari per reati di "messa in pericolo della sicurezza nazionale", in violazione degli standard internazionali. Al 4 ottobre 2020, abbiamo documentato 991 casi che coinvolgono attivisti detenuti o in incarcerati.

Il governo cinese continua a perseguitare i membri della società civile che cercano aiuto attraverso i meccanismi delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ogni anno, dal 2014, la Cina è stata citata in un apposito rapporto del segretario generale Onu per aver compiuto questo genere di rappresaglie. Lo scorso mese, l’ultimo rapporto ha documentato "nuovi incidenti che hanno coinvolto 15 persone" tra giugno 2019 e aprile 2020.

Pechino ha anche "accettato" cinque raccomandazioni su Hong Kong e una relativa alla legislazione sulla sicurezza nazionale, sostenendo che erano "già" o "in corso di attuazione". Tuttavia, lo scorso giugno, la leadership cinese ha imposto sull’ex colonia britannica una legge sulla sicurezza nazionale che non è conforme alle norme e agli standard internazionali in materia di diritti umani. Il provvedimento viola il principio "un Paese, due sistemi", i diritti alla libertà di espressione, di riunione pacifica e di associazione, e compromette in modo grave l'indipendenza giudiziaria della città.

Secondo la nostra valutazione, la Cina ha attuato “solo in parte” tre raccomandazioni: sulla riduzione del divario di reddito tra le aree rurali (abitate soprattutto da minoranze etniche) e quelle urbane; sulla riduzione dell'inquinamento atmosferico; e sulla tratta di esseri umani. Pur riconoscendo alcuni miglioramenti in queste vicende, le tre raccomandazioni sono ancora lontane dall'essere pienamente attuate. Il divario di reddito tra zone rurali e urbane rimane molto ampio e le minoranze etniche sono particolarmente svantaggiate. Mentre i livelli di inquinamento atmosferico in Cina sono diminuiti in alcune città, rimangono al di sopra delle raccomandazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità e sono aumentati nelle città più piccole e nelle aree rurali. Le leggi sulla tratta di esseri umani sono ancora scarsamente attuate e le regole equiparano ancora il tale traffico alla prostituzione, dando il via libera allo sfruttamento sotto forma di lavoro e matrimoni forzati.

Diversi Paesi hanno formulato raccomandazioni che abbiamo definito "non Smart" (non specifiche, misurabili, realizzabili, realistiche o tempestive). In particolare, queste hanno riguardato la ratifica da parte della Cina del Patto internazionale sui diritti civili e politici (Iccpr), firmato da Pechino nel 1998. Da più di 20 ormai, le autorità cinesi non ha compiuto alcuno sforzo significativo per lavorare alla ratifica. Al contrario, esse hanno gravemente violato, di diritto e di fatto, i diritti sanciti dall’Iccpr. Pertanto, raccomandare alla Cina di "continuare" o "avanzare in modo ulteriore" gli sforzi presuppone erroneamente che essa abbia lavorato per la ratifica del patto prima del 2018. Alcune di queste raccomandazioni non richiedevano inoltre un calendario specifico per una tempestiva ratifica dell’accordo.

La nostra valutazione conferma la triste realtà che i diritti umani in Cina non stanno migliorando e non sono tutelati. Gli Stati membri delle Nazioni Unite devono intraprendere azioni forti per affrontare le terribili condizioni dei diritti umani nel Paese asiatico. L'elezione del 13 ottobre per il rinnovo del Consiglio per i diritti umani è un test cruciale per l'impegno degli Stati membri nei confronti dei diritti umani e un'opportunità critica per sostenere il mandato dell’organismo Onu. Pechino ha già fatto parte del Consiglio per quattro mandati (2007-2009; 2010-2012; 2014-2016; 2017-2019), quando ha sfruttato tutte le opportunità per difendere chi abusa dei diritti umani e sottrarsi al controllo internazionale. Ci sono cinque Paesi in corsa per i quattro seggi a disposizione della regione Asia-Pacifico.

Non ci si può fidare del potere decisionale del governo cinese come membro di un organo chiamato a "sostenere i più alti standard dei diritti umani universali", come dimostra chiaramente la nostra valutazione. Il governo cinese ha compiuto un genocidio culturale nei confronti delle etnie uigura e tibetana, ha calpestato i diritti e le libertà di cui godono i cittadini di Hong Kong, ha ridotto drasticamente lo spazio di azione della società civile e ha sistematicamente soppresso i diritti umani. Assegnare un seggio nel Consiglio per i diritti umani alla Cina danneggerebbe la protezione dei diritti umani non solo in territorio cinese, ma anche su scala globale.

Esortiamo gli Stati membri dell'Onu a cogliere questa opportunità per ritenere il governo cinese responsabile del suo palese disprezzo per le violazioni dei diritti umani, tra cui la soppressione delle informazioni critiche sui primi focolai di coronavirus, la censura dei media, la punizione dei medici che hanno denunciato l’emergenza Covid-19, la persecuzione dei giornalisti e dei critici indipendenti e la cacciata dei giornalisti stranieri. Il governo cinese non deve essere premiato e incoraggiato per aver ostacolato qualsiasi indagine significativa sul suo ruolo nella diffusione di questo virus mortale in un momento in cui la pandemia ha causato più di un milione di vittime in tutto il mondo, e molti paesi stanno lottando disperatamente per contenere il tributo umano e l'impatto economico del morbo.

Chiediamo agli Stati membri di agire in modo forte ed efficace in risposta alle crescenti violazioni dei diritti umani in Cina e alla mancata attuazione delle raccomandazioni contenute nell’ultimo Upr. Votare "no" alla candidatura di Pechino per un seggio nel Consiglio per i diritti umani invierebbe un messaggio incoraggiante ai difensori cinesi dei diritti umani e a quelli nel resto del mondo. Un "no" è l'unico voto di principio e responsabile per rimanere saldi nell'impegno di proteggere i diritti umani universali.

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