17/08/2019, 08.00
CINA-HONG KONG
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Pechino, la guerra delle ‘fake news’ contro le proteste di Hong Kong

di Lu Haitao

Il governo sta usando in pieno la macchina della propaganda: falsi resoconti, parzialità, ideologia e patriottismo. Non si spiegano mai i motivi delle manifestazioni. I media ufficiali definiscono i manifestanti “merde di topo”. Cinesi del continente si fanno passare come turisti, ma sono in realtà poliziotti e membri dei servizi segreti. Proibito inviare ad Hong Kong elmetti, ombrelli, maschere, guanti che i dimostranti usano per proteggersi dai gas lacrimogeni e dai proiettili dei poliziotti.

Pechino (AsiaNews) – Le autorità cinesi hanno bollato le proteste anti-estradizione di Hong Kong come delle “rivolte” e hanno detto che le violenze mostrano segni di “terrorismo”. Mentre gli scontri fra dimostranti e polizia aumentano, e la polizia risponde in modo sempre più brutale, la presenza di truppe cinesi a Shenzhen (a pochi km da Hong Kong) fa temere la comunità internazionale che possa esservi un intervento militare.

Ma la guerra di Pechino contro Hong Kong ha diverse sfaccettature. In questi giorni si è diffusa la notizia che alla posta e ai servizi a domicilio è stato proibito di inviare ad Hong Kong elmetti, ombrelli, maschere, guanti che i dimostranti usano per proteggersi dai gas lacrimogeni e dai proiettili dei poliziotti.

Pechino ha anche lanciato a tutto vapore la macchina della propaganda. I resoconti nei media ufficiali sottolineano la violenza delle proteste, ignorando le ragioni e le cause. Le autorità accusano “mani nere e straniere” nel sobillare rivolte e denunciano Paesi occidentali che avrebbero un ruolo vergognoso, sebbene non citino alcuna prova. I media di Stato definiscono i manifestanti con delle parolacce. Il canale della CCTV ha concluso il suo reportage in prima serata con il desiderio che “siano eliminate queste merde di topo” (坚决剔除这些天怒人怨的“老鼠屎”).

Tutto è cominciato in giugno, quando milioni di persone sono scese in strada per esprimere il loro scontento verso la legge sull’estradizione. All’inizio Pechino è rimasta in silenzio e ha censurato ogni informazione sulle dimostrazioni pacifiche ad Hong Kong. Da parte sua, il capo dell’esecutivo, Carrie Lam ha dichiarato che “la legge è seppellita”, ma non l’ha formalmente ritirata. L’inquietudine è cresciuta e le proteste sono divenute più dure.  Da allora, i media ufficiali hanno rotto il silenzio e si sono concentrati sulle violenze delle proteste e sul loro disprezzo verso i simboli nazionali, senza menzionare gli attacchi indiscriminati dei mafiosi e la forza eccessiva usata dalla polizia con un enorme numero di armi e di gas lacrimogeni. La gente di Hong Kong sospetta che agenti, polizia e perfino soldati della Cina si sino infiltrati ad Hong Kong in modo segreto.

Il 12 agosto, i dimostranti hanno invaso l’aeroporto di Hong Kong e moltissimi voli sono stati cancellati. I conflitti all’aeroporto hanno infiammato l’ira dei media ufficiali e dei cinesi del continente. Fu Guohao (付国豪), reporter del “Global Times” – giornale pro-Pechino – è stato bloccato dai dimostranti a causa del suo atteggiamento sospetto. Secondo alcuni media di Hong Kong, Fu era vestito di nero – lo stesso colore dei dimostranti – e prendeva foto ravvicinate dei volti dei giovani. Dapprima Fu ha detto di essere un turista, poi gli è stata scoperta nella sua cartella una maglietta blu con la scritta “£Io amo la polizia di Hong Kong”, la stessa usata dai gruppi mafiosi. Allora alcuni dimostranti furiosi lo hanno colpito e gli hanno legato le mani. Ed egli ha proclamato: “Potete picchiarmi quanto volete, ma io sostengo la polizia di Hong Kong!”.

Le parole di Fu Guohua sono state esaltate dai media ufficiali e condivise in modo massiccio sui social. Alcuni internauti però sospettano dell’identità di Fu. Egli stava svolgendo lavoro giornalistico a Hong Kong, ma con un visto turistico che era scaduto al momento del suo diverbio e non aveva il tesserino giornalistico. Secondo una foto scattata da uno dei dimostranti, una delle sue carte di credito era segnata con un altro nome, Fu Hao. A causa di questa doppia identità, si sospetta che Fu sia un agente della polizia segreta cinese. Il direttore del “Global Times”, Hu Xijin ha negato queste accuse e ha insistito che Fu era perfettamente in regola.

Vi sono poi voci che la carta di credito di Fu sia stata rubata quando egli è stato attaccato. Tale informazione è diffusa dai media ufficiali, anche se il post originale su Weibo – il Twitter cinese – è stato cancellato. Voice of America ha domandato al direttore Hu Xijin una conferma sul furto e ha risposto: “Forse è successo. Se è successo, la colpa è di questa persona (有可能有吧,有的话,谴责这个人)”.

I media di Stato chiamano Fu Guohao “un eroe”, ma tengono un profilo molto basso su un altro attacco. Xu Jinyang(徐锦炀), un’altra persona bloccata dai manifestanti all’aeroporto, si è rivelato essere un poliziotto di Shenzhen. I media ufficiali dicono che Xu era “un turista” e non citano il suo nome. Una ricerca di Xu Jinyang su Baidu (la più importante piattaforma cinese su internet) non dà nessun risultato.

Va anche detto che gli attacchi contro i due fermati all’aeroporto sono terminati grazie ai manifestanti. Ma questo viene omesso dai media ufficiali. Il reporter Richard Scotford era presente e ha protetto Xu Jinyang. Scotford è stato poi intervistato da alcuni media pro-Pechino e ha detto che egli non era d’accordo con la violenza, ma comprendeva l’ira della popolazione di Hong Kong. Alla fine, Scotford ha visto che il suo discorso era stato distorto e usato per portare discredito sul movimento (v. suo post, foto 2).

Nathan Law, uno dei leader studenteschi, attivo nel movimento degli ombrelli del 2014, si è iscritto alla Yale University negli Stati Uniti. L’attivista è divenuto bersaglio della propaganda ufficiale. I media di Stato lo criticano perché egli dapprima ha incitato gli studenti allo scioepro e ai raduni, ma poi è fuggito negli Usa. Su facebook, Law ha scritto che “gettare fango non aiuta a risolvere il dilemma e produce solo più scontri ((抹黑式的攻击无助解决现时僵局,只会造成更大的群众对立)”. Law ha anche precisato che egli tornerà ad Hong Kong il prossimo anno per le elezioni legislative.

C’è poi un accurato controllo delle informazioni: tutte le posizioni diverse da quelle della propaganda sono censurate. La Cina ha fatto grandi progressi nell’area dei nuovi media e il vuoto dell’informazione è ripieno con una visione “sinicizzata” e ricamata di ideologia.

Discorsi pieni di odio sono lasciati a diffondersi. Crescenti sono le richieste di un intervento militare. Studenti cinesi all’estero hanno disturbato raduni pro-Hong Kong in Australia e Nuova Zelanda e vengono sostenuti dalle ambasciate cinesi.

Nonostante la censura che di solito colpisce Facebook e Twitter,  i giovani cinesi riescono ad entrare in questi social e combattono i post pro-democrazia o li inondano di post con ideologia patriottica. Lo scorso anno tante persone sono state minacciate di arresto se avessero postato giudizi su siti stranieri: una campagna su Twitter ha preso di mira tanti internauti e la polizia li ha costretti a rimuovere i loro post. Ora la mossa è valorizzata perfino dalla Lega della gioventù comunista, un gruppo giovanile affiliato al Partito comunista

C’è molta ironia nelle parole del reporter del Global Times che attaccato, grida: “Dov’è la libertà di stampa? Dov’è lo stato di diritto? Dov’è l’umanità?”.

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