23/09/2020, 10.43
VATICANO
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Papa: per uscire dalla crisi non si debbono più ascoltare solo i potenti

“Si ascoltano di più le compagnie multinazionali che i movimenti sociali”. “O pensiamo anche al modo di curare il virus: si ascoltano più le grandi compagnie farmaceutiche che gli operatori sanitari, impegnati in prima linea negli ospedali o nei campi-profughi. Questa non è la strada buona”. “Ciascuno deve avere la possibilità di assumere la propria responsabilità nei processi di guarigione della società di cui fa parte”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Per uscire migliori da questa crisi, “che è una crisi sanitaria e al tempo stesso sociale, politica ed economica”, bisogna applicare il principio di sussidiarietà che permette al tutte le persone di essere ascoltate. Dare a tutti la possibilità di esprimere le proprie idee per affrontare i problemi è stato l’argomento del quale papa Francesco ha parlato all’udienza generale di oggi, nella quale ha condannato il fatto che “si ascoltano di più i potenti che i deboli”.

“Pensiamo – ha detto - alle grandi misure di aiuti finanziari attuate dagli Stati. Si ascoltano di più le grandi compagnie finanziarie anziché la gente o coloro che muovono l’economia reale. Si ascoltano di più le compagnie multinazionali che i movimenti sociali”. “O pensiamo anche al modo di curare il virus: si ascoltano più le grandi compagnie farmaceutiche che gli operatori sanitari, impegnati in prima linea negli ospedali o nei campi-profughi. Questa non è la strada buona. Tutti vanno ascoltati, quelli che stanno in alto e quelli che stanno in basso. Per uscire migliori da un a crisi, il principio di sussidiarietà dev’essere attuato, rispettando l’autonomia e la capacità di iniziativa di tutti, specialmente degli ultimi”.

Anche oggi, arrivando nel Cortile di San Damaso, Francesco è passato lungamente tra le 500 persone presenti, tutte con la mascherina e palesemente attente a non toccare il Papa, pure vicinissimo. Francesco ha benedetto rosari, immagini religiose e altri oggetti che le persone hanno portato con sé, ha firmato foto, libri e anche 4 palline da tennis e ricevuto dolci che due fedeli gli hanno offerto, scambiato battute. E ha iniziato il discorso con un “sembra che il tempo non è tanto buono, ma vi dico, buongiorno”. Nel corso dell’incontro, infatti, è caduta, a tratti, un po’ di pioggia.

Nel suo discorso, Francesco ha affermato che per uscire migliori da una crisi come quella attuale, “ognuno di noi è chiamato ad assumersi la sua parte di responsabilità. Dobbiamo rispondere non solo come persone singole, ma anche a partire dal nostro gruppo di appartenenza, dal ruolo che abbiamo nella società, dai nostri principi e, se siamo credenti, dalla fede in Dio. Spesso, però, molte persone non possono partecipare alla ricostruzione del bene comune perché sono emarginate, escluse o ignorate; certi gruppi sociali non riescono a contribuirvi perché soffocati economicamente o politicamente. In alcune società, tante persone non sono libere di esprimere la propria fede e i propri valori. Altrove, specialmente nel mondo occidentale, molti auto-reprimono le proprie convinzioni etiche o religiose. Ma così non si può uscire dalla crisi, o comunque non si può uscirne migliori. Usciremo in peggio. Affinché tutti possiamo partecipare alla cura e alla rigenerazione dei nostri popoli, è giusto che ognuno abbia le risorse adeguate per farlo (cfr Compendio della dottrina sociale della Chiesa [CDSC], 186)”.

Francesco ha ricordato che già Pio XI “spiegò quanto fosse importante per una vera ricostruzione il principio di sussidiarietà (cfr Enc. Quadragesimo anno, 79-80). Tale principio ha un doppio dinamismo: dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto”. “Da un lato, e soprattutto in tempi di cambiamento, quando i singoli individui, le famiglie, le piccole associazioni o le comunità locali non sono in grado di raggiungere gli obiettivi primari, allora è giusto che intervengano i livelli più alti del corpo sociale, come lo Stato, per fornire le risorse necessarie ad andare avanti. Ad esempio, a causa del lockdown per il coronavirus, molte persone, famiglie e attività economiche si sono trovate e ancora si trovano in grave difficoltà, perciò le istituzioni pubbliche cercano di aiutare con appropriati interventi. Sociali, economici”.

“Dall’altro lato, però, i vertici della società devono rispettare e promuovere i livelli intermedi o minori. Infatti, il contributo degli individui, delle famiglie, delle associazioni, delle imprese, di tutti i corpi intermedi e anche delle Chiese è decisivo. Questi, con le proprie risorse culturali, religiose, economiche o di partecipazione civica, rivitalizzano e rafforzano il corpo sociale (cfr CDSC, 185)”.

“Ciascuno deve avere la possibilità di assumere la propria responsabilità nei processi di guarigione della società di cui fa parte. Quando si attiva qualche progetto che riguarda direttamente o indirettamente determinati gruppi sociali, questi non possono essere lasciati fuori dalla partecipazione”. “Purtroppo, questa ingiustizia si verifica spesso là dove si concentrano grandi interessi economici o geopolitici, come ad esempio certe attività estrattive in alcune zone del pianeta”. Le voci dei popoli indigeni, le loro culture e visioni del mondo non vengono prese in considerazione”.

Il principio di sussidiarietà, invece, “consente ad ognuno di assumere il proprio ruolo per la cura e il destino della società. Attuarlo dà speranza in un futuro più sano e giusto; e questo futuro lo costruiamo insieme, aspirando alle cose più grandi, ampliando i nostri orizzonti e ideali. O insieme o non funziona. O lavoriamo insieme o non usciremo dalla crisi. E uscire non significa dare una pennellata, significa cambiare”.

“In una catechesi precedente abbiamo visto come la solidarietà è la via per uscire dalla crisi: ci unisce e ci permette di trovare proposte solide per un mondo più sano. Ma questo cammino di solidarietà ha bisogno della sussidiarietà”. “Infatti, non c’è vera solidarietà senza partecipazione sociale, senza il contributo dei corpi intermedi: delle famiglie, delle associazioni, delle cooperative, delle piccole imprese, delle espressioni della società civile. Tutti devono contribuire. Tale partecipazione aiuta a prevenire e correggere certi aspetti negativi della globalizzazione e dell’azione degli Stati, come accade anche nella cura della gente colpita dalla pandemia. Questi contributi ‘dal basso’ vanno incentivati. Quanto è bello vedere il lavoro dei volontari durante la crisi. Volontari che vengono da tutte le parti, ma tutti insieme”.

“Durante il lockdown è nato spontaneo il gesto dell’applauso per i medici e gli infermieri come segno di incoraggiamento e di speranza. Tanti hanno rischiato la vita e tanti hanno dato la vita. Estendiamo questo applauso ad ogni membro del corpo sociale, per il suo prezioso contributo, per quanto piccolo. Diamogli spazio per lavorare. Applaudiamo gli ‘scartati’. Applaudiamo gli anziani, i bambini, le persone con disabilità, i lavoratori, tutti quelli che si mettono al servizio. Ma non fermiamoci solo all’applauso! La speranza è audace, e allora incoraggiamoci a sognare in grande, cercando gli ideali di giustizia e di amore sociale che nascono dalla speranza. Non proviamo a ricostruire il passato, il passato è passato, ci attendono cose nuove, non costruiamo il passato, soprattutto quello che era iniquo e già malato. Costruiamo un futuro dove la dimensione locale e quella globale si arricchiscano mutualmente, dove ognuno può dare del suo, dove la bellezza e la ricchezza dei gruppi minori possa fiorire, e dove chi ha di più si impegni a servire e a dare di più a chi ha di meno”.

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