10/04/2019, 10.15
VATICANO
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Papa: la superbia è il più grave peccato ‘subdolo’, annidiato nel cuore

“Il cristiano che prega chiede anzitutto a Dio che vengano rimessi i suoi debiti. Questa è la prima verità di ogni preghiera: fossimo anche persone perfette, fossimo anche dei santi cristallini che non deflettono mai da una vita di bene, restiamo sempre dei figli che al Padre devono tutto”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – La superbia, l’orgoglio è il più grave dei “peccati subdoli, che si annidano nel cuore senza che nemmeno ce ne accorgiamo”, quello “di chi si pone davanti a Dio pensando di avere sempre i conti in ordine con Lui”, dimenticando che nella vita “siamo innanzi tutto debitori”. E’ il senso della frase del Padre Nostro “rimetti a noi i nostri debiti” illustrata da papa Francesco nella catechesi dell’udienza generale di oggi.

Alle 20mila persone presenti in piazza san Pietro malgrado la giornata piovosa, Francesco - che ha salutato con un “buongiorno, la giornata non è tanto bella, ma buongiorno lo stesso” – ha detto che “dopo aver chiesto a Dio il pane di ogni giorno, la preghiera del ‘Padre nostro’ entra nel campo delle nostre relazioni con gli altri. Gesù ci insegna a chiedere al Padre: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Come abbiamo bisogno del pane, così abbiamo bisogno del perdono. Ogni giorno”.

“Il cristiano che prega chiede anzitutto a Dio che vengano rimessi i suoi debiti. Questa è la prima verità di ogni preghiera: fossimo anche persone perfette, fossimo anche dei santi cristallini che non deflettono mai da una vita di bene, restiamo sempre dei figli che al Padre devono tutto. L’atteggiamento più pericoloso di ogni vita cristiana è l’orgoglio. È l’atteggiamento di chi si pone davanti a Dio pensando di avere sempre i conti in ordine con Lui. L’orgoglioso crede di avere tutto a posto. Come quel fariseo della parabola, che nel tempio pensa di pregare ma in realtà loda sé stesso davanti a Dio. Grazie Signore perché io non sono come gli altri”. “Al contrario il pubblicano, un peccatore disprezzato da tutti, si ferma sulla soglia del tempio, non si sente degno di entrare, e si affida alla misericordia di Dio. E Gesù commenta: «Questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato» (Lc 18,14), cioè perdonato, salvato. Perché non era orgoglioso, riconosceva i suoi limiti”.

“Ci sono peccati che si vedono e peccati che non si vedono. Ci sono peccati eclatanti che fanno rumore, ma ci sono anche peccati subdoli, che si annidano nel cuore senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Il peggiore di questi è la superbia, l’orgoglio, la superbia, più o meno lo stesso, che può contagiare anche le persone che vivono una vita religiosa intensa”. “È il peccato che divide la fraternità, che ci fa presumere di essere migliori degli altri, che ci fa credere di essere simili a Dio. E invece davanti a Dio siamo tutti peccatori e abbiamo motivo di batterci il petto, tutti, come quel pubblicano al tempio. San Giovanni, nella sua prima Lettera, scrive: «Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (1 Gv 1,8)”.

“Siamo debitori anzitutto perché in questa vita abbiamo ricevuto tanto: l’esistenza, un padre e una madre, l’amicizia, le meraviglie del creato... Anche se a tutti capita di attraversare giorni difficili, dobbiamo sempre ricordarci che la vita è una grazia, è il miracolo che Dio ha estratto dal nulla. In secondo luogo siamo debitori perché, anche se riusciamo ad amare, nessuno di noi è capace di farlo con le sue sole forze. Possiamo amare solo con la grazia di Dio. Nessuno di noi brilla di luce propria. C’è un ‘mysterium lunae’”. E’, ha spiegato Francesco, come per la Luna, che brilla di luce riflessa. E “non solo nell’identità della Chiesa, ma anche nella storia di ciascuno di noi. Se ami è perché qualcuno, all’esterno di te, ti ha sorriso quando eri un bambino, insegnandoti a rispondere con un sorriso. Se ami è perché qualcuno accanto a te ti ha risvegliato all’amore, facendoti comprendere come in esso risiede il senso dell’esistenza”.

“Proviamo ad ascoltare la storia di qualche persona che ha sbagliato: un carcerato, un condannato, un drogato. Fatta salva la responsabilità, che è sempre personale, ti domandi qualche volta chi debba essere incolpato dei suoi sbagli, se solo la sua coscienza, o la storia di odio e di abbandono che qualcuno si porta dietro. È il mysterium lunae: amiamo anzitutto perché siamo stati amati, perdoniamo perché siamo stati perdonati. E se qualcuno non è stato illuminato dalla luce del sole, diventa gelido come il terreno d’inverno. Come non riconoscere, nella catena d’amore che ci precede, anche la presenza provvidente dell’amore di Dio? Nessuno di noi ama Dio quanto Lui ha amato noi. Basta mettersi davanti a un crocifisso per cogliere la sproporzione: Egli ci ha amato e sempre ci ama per primo. Preghiamo dunque: Signore, anche il più santo in mezzo a noi non cessa di essere tuo debitore. O Padre, abbi pietà di tutti noi!”.

“Impariamo – ha aggiunto nel saluto ai fedeli arabi -  che il perdono di Dio è legato al perdono che noi offriamo ai nostri fratelli. Dice Cristo: ‘perdonate, e vi sarà perdonato... perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi’ (Lc 6, 37 - 38)”

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