13/06/2020, 10.15
VATICANO
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Papa: Per il cristiano ‘non è lecito’ delegare agli altri la condivisione coi poveri

Nel messaggio per la IV Giornata mondiale dei poveri, Francesco scrive che l’attenzione ai poveri “non può essere condizionata dal tempo a disposizione o da interessi privati, né da progetti pastorali o sociali disincarnati”. Il bene esiste anche se “le cattive notizie abbondano sulle pagine dei giornali, nei siti internet e sugli schermi televisivi, tanto da far pensare che il male regni sovrano”. Le tante  “mani tese” durante la pandemia.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Per la comunità cristiana “non è lecito” delegare agli altri la condivisione con chi è nel bisogno, e l’attenzione ai poveri “non può essere condizionata dal tempo a disposizione o da interessi privati, né da progetti pastorali o sociali disincarnati”. La povertà che “assume sempre volti diversi”, come ha mostrato la pandemia e il dovere del cristiano di combatterla di fronte alla attuale “globalizzazione dell’indifferenza” sono il monito lanciato da papa Francesco nel messaggio per la IV Giornata mondiale dei poveri che sarà celebrata il 15 novembre, intitolato “Tendi la tua mano al povero” (cfr Sir 7,32) e pubblicato oggi.

Il documento parte dalla pagina biblica del Siracide per affermare che “la preghiera a Dio e la solidarietà con i poveri e i sofferenti sono inseparabili. Per celebrare un culto che sia gradito al Signore, è necessario riconoscere che ogni persona, anche quella più indigente e disprezzata, porta impressa in sé l’immagine di Dio”. Per questo “non possiamo sentirci ‘a posto’ quando un membro della famiglia umana è relegato nelle retrovie e diventa un’ombra”.

Anche se “non ha soluzioni complessive da proporre”, la Chiesa, oltre a offrire gesti di condivisione ricorda “a tutti il grande valore del bene comune” che per il cristiano è “un impegno di vita, che si attua nel tentativo di non dimenticare nessuno di coloro la cui umanità è violata nei bisogni fondamentali”.

“Tendere la mano – scrive ancora Francesco - fa scoprire, prima di tutto a chi lo fa, che dentro di noi esiste la capacità di compiere gesti che danno senso alla vita. Quante mani tese si vedono ogni giorno!”. Esse mostrano che il bene esiste anche se “le cattive notizie abbondano sulle pagine dei giornali, nei siti internet e sugli schermi televisivi, tanto da far pensare che il male regni sovrano. Non è così”. “Tendere la mano è un segno: un segno che richiama immediatamente alla prossimità, alla solidarietà, all’amore. In questi mesi, nei quali il mondo intero è stato come sopraffatto da un virus che ha portato dolore e morte, sconforto e smarrimento, quante mani tese abbiamo potuto vedere”. Il Papa cita medici, infermieri, volontari. farmacisti. E anche “chi lavora nell’amministrazione e procura i mezzi per salvare quante più vite possibile”, “il sacerdote che benedice con lo strazio nel cuore”, uomini e donne che lavorano per offrire servizi essenziali e sicurezza. E altre mani tese potremmo ancora descrivere fino a comporre una litania di opere di bene. Tutte queste mani hanno sfidato il contagio e la paura pur di dare sostegno e consolazione”.

“Questo momento che stiamo vivendo – prosegue il documento - ha messo in crisi tante certezze”. “Le nostre ricchezze spirituali e materiali sono state messe in discussione e abbiamo scoperto di avere paura”. La distruzione della vita sociale ha finito col metterci l’uno contro l’altro per difendere i nostri interessi, ma “le gravi crisi economiche, finanziarie e politiche non cesseranno fino a quando permetteremo che rimanga in letargo la responsabilità che ognuno deve sentire verso il prossimo ed ogni persona”.

“‘Tendi la mano al povero’, dunque, è un invito alla responsabilità come impegno diretto di chiunque si sente partecipe della stessa sorte”. “Non si tratta di un’esortazione facoltativa, ma di una condizione dell’autenticità della fede che professiamo”. Essa “fa risaltare, per contrasto, l’atteggiamento di quanti tengono le mani in tasca e non si lasciano commuovere dalla povertà, di cui spesso sono anch’essi complici”. “Ci sono mani tese ad accumulare denaro con la vendita di armi che altre mani, anche di bambini, useranno per seminare morte e povertà. Ci sono mani tese che nell’ombra scambiano dosi di morte per arricchirsi e vivere nel lusso e nella sregolatezza effimera. Ci sono mani tese che sottobanco scambiano favori illegali per un guadagno facile e corrotto. E ci sono anche mani tese che nel perbenismo ipocrita stabiliscono leggi che loro stessi non osservano. In questo panorama, gli esclusi continuano ad aspettare”.

Francesco ricorda poi che il Siracide termina con l’affermazione: «In tutte le tue azioni, ricordati della tua fine» (Sir 7,36). “Il testo si presta a una duplice interpretazione. La prima fa emergere che abbiamo bisogno di tenere sempre presente la fine della nostra esistenza. Ricordarsi il destino comune può essere di aiuto per condurre una vita all’insegna dell’attenzione a chi è più povero e non ha avuto le stesse nostre possibilità. Esiste anche una seconda interpretazione, che evidenzia piuttosto il fine, lo scopo verso cui ognuno tende. È il fine della nostra vita che richiede un progetto da realizzare e un cammino da compiere senza stancarsi. Ebbene, il fine di ogni nostra azione non può essere altro che l’amore. È questo lo scopo verso cui siamo incamminati e nulla ci deve distogliere da esso”.  “Questo amore è condivisione, dedizione e servizio, ma comincia dalla scoperta di essere noi per primi amati e risvegliati all’amore”.

“La mano tesa, allora, possa sempre arricchirsi del sorriso di chi non fa pesare la propria presenza e l’aiuto che offre, ma gioisce solo di vivere lo stile dei discepoli di Cristo”. (FP)

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