12/06/2016, 11.27
VATICANO
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Papa: Il vero senso della vita comporta anche l’accettazione della sofferenza

Francesco celebra il Giubileo delle persone disabili e malate: “Il mondo vive un’epoca in cui una certa cura del corpo è divenuta mito di massa e dunque affare economico. Ciò che è imperfetto deve essere oscurato, perché attenta alla felicità e alla serenità dei privilegiati e mette in crisi il modello dominante”. Gesù è “il medico che cura con la medicina dell’amore”. All’Angelus un appello contro la schiavitù minorile: “Rinnoviamo lo sforzo per rimuovere le cause di questo fenomeno”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Il mondo vive un’epoca in cui “una certa cura del corpo è divenuta mito di massa e dunque affare economico. Ciò che è imperfetto deve essere oscurato, perché attenta alla felicità e alla serenità dei privilegiati e mette in crisi il modello dominante”. Ma è un’epoca che sbaglia a interpretare i segni dei tempi: “Quale illusione vive l’uomo di oggi quando chiude gli occhi davanti alla malattia e alla disabilità! Egli non comprende il vero senso della vita, che comporta anche l’accettazione della sofferenza e del limite”. Lo ha detto questa mattina papa Francesco, nell’omelia pronunciata in occasione del Giubileo per i malati e per le persone disabili.

Durante la celebrazione eucaristica le letture sono state proclamate da persone con diverse disabilità e tradotte nella lingua dei segni internazionale. La lettura del Vangelo è stata anche drammatizzata da un gruppo di persone disabili intellettive per permettere una piena comprensione di tutti i presenti, soprattutto i fedeli con disabilità mentale-intellettiva. Il mondo, dice il Papa, “non diventa migliore perché composto soltanto da persone apparentemente ‘perfette’, per non dire truccate, ma quando crescono la solidarietà tra gli esseri umani, l’accettazione reciproca e il rispetto”.

Francesco apre la sua omelia con una citazione di san Paolo: “«Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me»”. Quelle dell’apostolo, dice, sono “parole molto forti per esprimere il mistero della vita cristiana: tutto si riassume nel dinamismo pasquale di morte e risurrezione, ricevuto nel Battesimo. Infatti, con l’immersione nell’acqua ognuno è come se fosse morto e sepolto con Cristo (cfr Rm 6,3-4), mentre, quando riemerge da essa, manifesta la vita nuova nello Spirito Santo. Questa condizione di rinascita coinvolge l’intera esistenza, in ogni suo aspetto: anche la malattia, la sofferenza e la morte sono inserite in Cristo, e trovano in Lui il loro senso ultimo”.

In realtà, spiega ancora, “tutti prima o poi siamo chiamati a confrontarci, talvolta a scontrarci, con le fragilità e le malattie nostre e altrui. E quanti volti diversi assumono queste esperienze così tipicamente e drammaticamente umane! In ogni caso, esse pongono in maniera più acuta e pressante l’interrogativo sul senso dell’esistenza. Nel nostro animo può subentrare anche un atteggiamento cinico, come se tutto si potesse risolvere subendo o contando solo sulle proprie forze. Altre volte, all’opposto, si ripone tutta la fiducia nelle scoperte della scienza, pensando che certamente in qualche parte del mondo esiste una medicina in grado di guarire la malattia. Purtroppo non è così, e anche se quella medicina ci fosse, sarebbe accessibile a pochissime persone”.

La natura umana, ferita dal peccato, “porta inscritta in sé la realtà del limite. Conosciamo l’obiezione che, soprattutto in questi tempi, viene mossa davanti a un’esistenza segnata da forti limitazioni fisiche. Si ritiene che una persona malata o disabile non possa essere felice, perché incapace di realizzare lo stile di vita imposto dalla cultura del piacere e del divertimento. Nell’epoca in cui una certa cura del corpo è divenuta mito di massa e dunque affare economico, ciò che è imperfetto deve essere oscurato, perché attenta alla felicità e alla serenità dei privilegiati e mette in crisi il modello dominante”.

Questo modello preferisce tenere le persone “imperfette” separate e nascoste in qualche “recinto, magari dorato” o nelle “riserve dell’assistenzialismo e del pietismo. In alcuni casi, addirittura, si sostiene che è meglio sbarazzarsene quanto prima, perché diventano un peso economico insostenibile in un tempo di crisi. Ma, in realtà, quale illusione vive l’uomo di oggi quando chiude gli occhi davanti alla malattia e alla disabilità! Egli non comprende il vero senso della vita, che comporta anche l’accettazione della sofferenza e del limite. Il mondo non diventa migliore perché composto soltanto da persone apparentemente “perfette”, per non dire truccate, ma quando crescono la solidarietà tra gli esseri umani, l’accettazione reciproca e il rispetto”.

Ma non esiste solo la sofferenza fisica: “Oggi, una delle patologie più frequenti è anche quella che tocca lo spirito. È una sofferenza che coinvolge l’animo e lo rende triste perché privo di amore. La patologia della tristezza. Quando si fa esperienza della delusione o del tradimento nelle relazioni importanti, allora ci si scopre vulnerabili, deboli e senza difese. La tentazione di rinchiudersi in sé stessi si fa molto forte, e si rischia di perdere l’occasione della vita: amare nonostante tutto. Amare nonostante tutto”.

Serve dunque una terapia del sorriso “Quante persone disabili e sofferenti si riaprono alla vita appena scoprono di essere amate! E quanto amore può sgorgare da un cuore anche solo per un sorriso! La terapia del sorriso. Allora la fragilità stessa può diventare conforto e sostegno alla nostra solitudine”.

Che cosa, chiede il Papa, “potremmo rimproverare a Dio per le nostre infermità e sofferenze che non sia già impresso sul volto del suo Figlio crocifisso? Al suo dolore fisico si aggiungono la derisione, l’emarginazione e il compatimento, mentre Egli risponde con la misericordia che tutti accoglie e tutti perdona: «per le sue piaghe siamo stati guariti». Gesù è il medico che guarisce con la medicina dell’amore, perché prende su di sé la nostra sofferenza e la redime. Noi sappiamo che Dio sa comprendere le nostre infermità, perché Lui stesso le ha provate in prima persona”.

Il modo in cui viviamo la malattia e la disabilità, conclude, “è indice dell’amore che siamo disposti a offrire. Il modo in cui affrontiamo la sofferenza e il limite è criterio della nostra libertà di dare senso alle esperienze della vita, anche quando ci appaiono assurde e non meritate. Non lasciamoci turbare, pertanto, da queste tribolazioni (cfr 1 Ts 3,3). Sappiamo che nella debolezza possiamo diventare forti (cfr 2 Cor 12,10), e ricevere la grazia di completare ciò che manca in noi delle sofferenze di Cristo, a favore della Chiesa suo corpo (cfr Col 1,24); un corpo che, ad immagine di quello del Signore risorto, conserva le piaghe, segno della dura lotta, ma sono piaghe trasfigurate per sempre dall’amore”.

Francesco recita poi in piazza la preghiera mariana dell’Angelus. Subito prima ricorda la beatificazione di don Giacomo Abbondo e di suor Carolina Santocanale, dedica un pensiero al Convegno appena concluso sulla malattia di Hansen e la Giornata mondiale contro il lavoro minorile che cade oggi: “Rinnoviamo tutti uniti lo sforzo per rimuovere le cause di questa schiavitù, che priva milioni di bambini di alcuni diritti fondamentali e li espone a gravi pericoli”.

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