03/09/2018, 12.26
ISLAM-CAMERUN
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P. Del Bo: La colonizzazione islamica dell’Europa. Ma per noi è importante il dialogo (III)

di Luca Del Bo

Attraverso la demografia, il fare tanti figli, e le regole della fraternità islamica, vi sono a Londra, Parigi e anche in Italia interi quartieri in cui domina non la legge dello Stato, ma la sharia. A scuola si insegna anche la predicazione e la missione musulmana. Giovani islamici alla ricerca della loro identità. Progettare la convivenza come in una famiglia.

Roma (AsiaNews) – Per approfondire la sua conoscenza dell’islam, il p. Luca Del Bo, missionario Pime in Camerun, ha seguito i corsi di un istituto islamico a Parigi (Francia), ispirato al Fratelli Musulmani. L’ideale di questo istituto è tornare a motivare i giovani a vivere un islam integrale, che apprezza la sharia. In tal modo, vi è una specie di colonizzazione islamica delle città europee o almeno di alcuni quartieri. Se ne vedono gli effetti a Londra, a Parigi, in alcune città italiane.

Il p. Del Bo, insieme ad altri cristiani e agli imam del Nord Camerun aiuta i giovani a non seguire il fascino dell’islam fondamentalista e violento di Boko Haram. Qui la terza parte della sua esperienza, a contatto con la scuola islamica a Parigi. Per la prima parte, vedi qui. Per la seconda, vedi qui.

 

La scuola che ho frequentato a Parigi rivendica di insegnare l’islam “vero”, che è in fondo quello salafita, a immagine del periodo dei “califfi ben guidati” e del califfato di Baghdad. Naturalmente, si insegna l’importanza per i musulmani di seguire la sharia, la legge islamica, motivandola con argomentazioni tratte dagli hadith, o dal Corano, o dai grandi giuristi. È una scuola che valorizza molto la giurisprudenza. Davanti agli aspetti scioccanti della sharia (ad esempio, il taglio della mano per i ladri), essi spiegano che queste punizioni sono da applicarsi in uno Stato islamico. In un simile Stato non ci dovrebbero essere poveri, per cui non ci sarebbe bisogno di rubare. La sharia non prevede che si tagli la mano al povero che ruba per fame, ma solo al ricco. Va anche detto che la legge del taglio della mano non è applicata negli Stati islamici, se non in Arabia saudita (wahhabita) e da Daesh.

A scuola si insiste molto sul comportamento, sui costumi (velo, vestiti con pudore, barba, …), sul cibo – cosa si può mangiare o bere, oppure no. Esempio: si può usare l’aceto (che proviene dal vino)? Si può usare la gelatina di maiale?

A tutti viene chiesto di proclamare la propria fede e diffonderla. C’è anche un corso di “francese”, che in realtà è un modo di insegnare a questi giovani musulmani a rispondere alle critiche che essi sentono verso l’islam o verso la comunità musulmana. Se si accorgono che qualcuno ha parole o anche solo uno sguardo malevolo verso una ragazza col velo, o a un ragazzo con la barba, essi insegnano a scrivere subito un articolo inviandolo a giornali, diffondendolo.

Esiste anche una specie di colonizzazione di fatto dei quartieri nelle città europee. Siccome l’indicazione che viene loro data è di non stare troppo a lungo con non-musulmani, essi hanno la tendenza a vivere fianco a fianco e a prendere casa vicino ad altri musulmani.  Quando sono diventati un gran numero, iniziano la predicazione, invitando i vicini non musulmani a convertirsi: la strategia (insegnata a scuola nel corso di predicazione e missione) è mostrarsi gentili e accoglienti con i vicini e poi proporre loro l’islam e insistere con questa proposta. Se non accettano, si propone loro di comprare la loro casa, rendendo il quartiere più omogeneo. Non li cacciano, ma c’è una forte pressione. Si sa che a Londra ci sono quartieri dove si vive la sharia. In un documentario, su questi quartieri londinesi, si vede una donna che chiedeva il divorzio perché il marito la maltrattava e si era rivolta agli imam che avevano il compito di gestire il quartiere. E si vede che non è lo Stato a gestire la legge, ma vi domina la sharia.  La donna avrebbe potuto rivolgersi allo Stato, ma in tal caso, avrebbe dovuto cambiare casa e quartiere perché la pressione sociale sarebbe diventata molto forte. È quello che succede anche intorno a Parigi e anche in alcune zone delle Alpi, dove le comunità musulmane stanno crescendo a dismisura, mentre gli occidentali lasciano le montagne. Anche in Italia sta succedendo lo stesso. Ricordo che quando ero un giovane adolescente, vivevo in un piccolo paese, in cui risiedeva una minuscola comunità musulmana. Noi ragazzi ci trovavamo a giocare a calcio e c’era un musulmano che giocava con noi. Un giorno non l’abbiamo più visto.  Siamo andati a chiedergli perché non giocava più con noi e lui ci ha detto che non poteva perché erano arrivati altri amici musulmani. Quando la comunità islamica si allarga, allora entrano in gioco le leggi e le regole di non stare troppo con i non-musulmani. I musulmani arrivano dall’esterno, la comunità si allarga, loro si sposano presto, con l’obiettivo dichiarato di fare molti figli e formarli alla maniera islamica. Quindi formano queste comunità di quartiere, e cercano fra di loro di vivere la sharia. Questo non avviene per imposizione: essi vogliono vivere con amore, con passione la loro fede perché fa parte della loro identità.

Noi dovremmo imparare da loro. Ieri sono stato dal Papa in udienza in aula Paolo VI, fra cristiani e cattolici dovrebbe esplodere la carità e l’amore e invece si litigava per stare davanti per vedere il papa e fare la foto migliore. Ho visto gente insultarsi, mentre dovrebbero esprimere l’amore! I musulmani invece vogliono vivere in pieno la loro fede, imparano da piccoli che l’islam è la migliore comunità, che si deve vivere la pace, la giustizia, i rapporti fraterni. Quando si rivolgono l’uno all’altro si chiamano “fratello, sorella”.

Giovani in ricerca

In maggioranza, i corsi sono seguiti da giovani. Molti però – soprattutto i ragazzi – abbandonano perché devono guadagnarsi da vivere e seguono poi i corsi per corrispondenza, o via computer. Nell’istituto che ho frequentato vi sono 1700 studenti, in maggioranza ragazze. Vi sono altri due istituti simili nei dintorni di Parigi.

Il 90% sono ragazze, per lo più giovani spose. Esse sono quelle che dovranno far nascere e formare i futuri bambini e quindi la nuova comunità musulmana. Io apprezzo il fatto che esse lo fanno con convinzione e amore. Lo stesso vale per il velo: non è imposto; lo fanno per amore del profeta, perché le donne del profeta portavano il velo.  Non toccano mai l’altro. In due anni nessuna di loro mi ha mai sfiorato e io stesso non ho mai sfiorato la mano di una di queste ragazze, neanche quando studiavamo fianco a fianco. Non perché “la sharia dice così”, ma perché si entra in una logica, una convinzione che la religione è questo, Dio te lo comanda perché è sapiente e vuole il tuo bene.

Tutti questi giovani sono alla ricerca della loro identità islamica. Vi è anzitutto un fattore sociale. In occidente sono presenti varie generazioni di musulmani insieme ad altre identità (cristiana, laica, ecc.). Queste identità entrano in concorrenza, mandando in crisi i giovani.

C’è fattore religioso-spirituale per quanto l’uomo possa essere secolarizzato, egli è sempre in cerca di un “Altro” a cui fare affidamento. Questo spesso lo si ignora, ma io mi accorgo che nell’umanità c’è questa ricerca. Per molte generazioni la si può ignorare e si può “vivere di rendita”, ma poi la “rendita” finisce e l’umanità torna a ricercare. Questi giovani vedo che i loro genitori sono secolarizzati, ma ricordano che i nonni avevano un’identità semplice, ma forte e quindi cercano di ritornare a quest’identità religiosa, spirituale, cercando le cose più forti e più solide.

Infine c’è un aspetto storico. Per tanto tempo si è sentito che l’islam era forte, e allora la comunità viveva in pace, si era in un’epoca d’oro dove non c’erano problemi, dove c’era lo sviluppo. Ora  ci si confronta adesso con Paesi islamici indietro rispetto a quelli dell’occidente, dove l’islam non sta facendo una bella figura e quindi c’è il desiderio di riscoprire “la mia identità qual è?”. Se io devo essere musulmano per essere retrogrado e violento, questo no. C’è la volontà di riscoprire le proprie radici. Da qui la voglia di frequentare queste scuole, cercando anche le tematiche su internet. Il guaio è che su internet i primi siti che si incontrano sono quelli violenti. Questo perché l’Arabia Saudita spende almeno 11 milioni di dollari per la comunicazione su internet. Chi lavora si forma su internet, quando torna a casa o quando ha tempo libero. Il motivo è scoprire la propria identità culturale e religiosa. A volte qualcuno ha alle spalle un disagio sociale, soprattutto in quei Paesi che hanno un passato coloniale, come la Francia, in cui c’è maggiore presenza di musulmani. L’Italia non abbiamo ancora questo problema, anche se le comunità islamiche stanno crescendo. L’anno scorso l’associazione musulmana italiana ha proposto di far passare come legge civile la poligamia. Al presente ci sono in Italia 20mila matrimoni poligamici riconosciuti, anche se la legge non è passata. È interessante che i musulmani la propongono come legge civile e non religiosa. E l’argomentazione è: “Se gli omosessuali si possono sposare e adottare bambini, perché io non posso avere più donne?” E se la contro-risposta è: “Per il diritto della donna”, loro rispondono: “Allora mettiamo come condizione che uno può sposarsi più di una donna se riesce ad amarla e trattarla come le altre”. E questo fa parte della sharia, che mette alla poligamia mette questa condizione, anche se il Corano dice che è impossibile amare tutte le mogli allo stesso modo.

La carta del dialogo

Partecipare a questi corsi a me personalmente è servito molto. Sono sempre stato accolto bene, con rispetto e con pazienza, anche quando reagivo. Ho imparato a capire di più il mondo dell’islam che è un mondo complesso, pieno di conflittualità. Se si guarda dove vi sono guerre nel mondo, si vede che esse sono spesso guerre fra musulmani, Non ci sono guerre fra islam e non islam: il fuoco è sempre all’interno dell’islam, che poi per tante ragioni si estende anche ai non-musulmani.

Il mondo islamico è fortemente religioso. Il musulmano cerca di essere sincero con sé stesso e vivere bene la sua relazione con Dio, e quindi cerca di curare la sua relazione con gli altri. Il punto che lo spinge è “come piacere a Dio” e come “guadagnare il paradiso”. In ogni lezione che ho seguito vi era sempre la spiegazione di come guadagnare una “hasanat”, una specie di buono, di meriti, con cui si cerca di piacere a Dio e andare in paradiso. Questo “piacere a Dio” ha diverse interpretazioni: il kamikaze che si fa esplodere è per guadagnare il paradiso; chi critica quello che si fa esplodere è per guadagnare il paradiso. Quest’interpretazioni rendono l’islam molto complesso e vario e pure incomprensibile.

Trovo importante cercare di vivere la fraternità coi musulmani, chiedendo all’altro le sue argomentazioni di quello che dice. Quelli che si fanno esplodere a volte non hanno argomentazioni, ma fanno questi gesti solo perché hanno sentito altri dire che si fa così.

Secondo me il dialogo è legato all’essere Chiesa. I musulmani non si pongono questo problema, ma la Chiesa non deve rinunciare al dialogo, altrimenti ci sarebbe solo la guerra. E in un primo tempo non si deve basare il dialogo sulla verità, su chi ha ragione, sennò entriamo subito in polemica. La questione della verità deve essere posta, ma non di primo acchito. Dobbiamo cercare di creare legami e relazioni con gli altri, per imparare a vivere assieme. A poco a poco questo creerà una fraternità universale, che io credo fermamente faccia parte del progetto di Dio.

Vivere da fratelli significa vivere ognuno con la propria identità e le proprie convinzioni, ma vivere assieme nella stessa famiglia. SI può discutere, non essere d’accordo, ma pur non condividendo i gusti o gli hobby degli altri, si continua a vivere assieme.

(Fine della terza e ultima parte)

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