15/04/2019, 12.01
A. SAUDITA - EAU - SUDAN
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La rivolta a Khartum preoccupa sauditi ed emirati, in gioco gli interessi nella regione

Riyadh e Abu Dhabi seguono da vicino l’evolversi della situazione e invocano “stabilità” e una “transizione pacifica” del potere. I due Paesi pronti a sostenere il consiglio militare di transizione e premono perché il controllo resti nelle mani dell’esercito. Il silenzio del Qatar. Preoccupa il clima di instabilità diffusa nell’area. 

Riyadh (AsiaNews/Agenzie) - La crisi politica e istituzionale in Sudan - dove le proteste innescate dal caro-vita hanno portato alla caduta del regime trentennale del presidente-dittatore Omar al-Bashir - preoccupa le potenze del Golfo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Eau). Secondo analisti ed esperti, le due monarchie sunnite seguono da vicino l’evolversi della situazione, nel tentativo di proteggere i propri interessi nella regione.

Khartum svolge un ruolo chiave per Riyadh e i suoi alleati, tanto nella lotta (fornendo uomini e mezzi) contro le milizie sciite nello Yemen quanto nella politica di contenimento dell’Iran, nemico numero uno dei sauditi nell’area mediorientale. Ieri, dopo settimane di silenzio, Arabia Saudita ed Emirati hanno rilasciato una (prima) tiepida dichiarazione sul rovesciamento di Bashir, invocando “stabilità” e una “transizione pacifica” del potere. 

Riyadh e Abu Dhabi, sottolinea il direttore del French Institute for International and Strategic Affairs Karim Bitar, sono “per natura contrarie a tutti i movimenti popolari o alle rivoluzioni”. “Sono poteri - aggiunge l’esperto- che per loro stessa natura privilegiano lo status quo. Ritengono che ogni movimento di protesta si possa diffondere a macchia d’olio, per contagio”. 

Le proteste delle scorse settimane in Sudan, innescate dall’aumento del pane e dei generi alimentari di base, si sono trasformate in un movimento popolare che ha portato alla deposizione del trentennale regime di Bashir, cacciato da un golpe militare. L’esercito ha creato un consiglio che agisce, al momento, come governo transitorio e ha disposto - fra i primi provvedimenti - l’arresto di tutti i membri del precedente governo. 

I militari hanno promesso di non reprimere le dimostrazioni, ancora in corso a dispetto dell’arresto dell’ex uomo forte. La popolazione intende presidiare le piazze, sino a che non verrà costituito un nuovo esecutivo di stampo civile. In queste ore un portavoce del consiglio militare ha invitato le opposizioni a scegliere un nuovo Primo Ministro e annunciato la sospensione della censura sui media e la liberazione dei poliziotti e militari arrestati per aver difeso i manifestanti. 

Riyadh e Abu Dhabi affermano di sostenere il consiglio di transizione, con i sauditi che hanno già promesso aiuti economici e beni di prima necessità alla popolazione del Sudan “al fine di alleviarne le sofferenze”. Il governo segue “con apprensione” l’evolversi della situazione e “farà tutto il possibile” perché il passaggio avvenga “in un contesto di continuità”. In altre parole, per il regno wahhabita è essenziale che il Paese “resti sotto il controllo militare” con buona pace di quanti auspicano una transazione verso un esecutivo civile. 

L’ascesa all’interno del consiglio militare del generale Abdel Fattah al-Burhan non dispiace ai sauditi e agli emirati, perché rappresenta una figura in grado di garantire “stabilità”, vuoi anche per gli stretti legami intrecciati con Abu Dhabi [in chiave anti-iraniana] nel conflitto in Yemen. L’obiettivo è quello di scongiurare altre tragedie come quelle che stanno avvenendo o sono accadute in Libia, Siria e Iraq. Mustafa Alani, del Gulf Research Center con base a Ginevra, sottolinea che “il cambiamento in Sudan e Algeria è inevitabile” e “le istituzioni militari [lo] supervisioneranno”. 

L’unico Stato del Golfo che finora è rimasto in silenzio è il Qatar, che da quasi due anni è al centro di una grave crisi politica e diplomatica con Riyadh. La partenza di Bashir rompe gli equilibri anche per Doha, che dovrà decidere se sostenere il nuovo governo anche alla luce delle decisioni che prenderà il nuovo esecutivo a Khartoum circa il conflitto in Yemen. 

Resta un punto sul quale la maggior parte degli esperti sembra concordare: la cacciata di Bashir rappresenta un momento cruciale per la regione del Golfo. Con il senso diffuso di precarietà che si respira nella regione, una “transizione controllata” del potere sembra per tutti la soluzione migliore. 

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