27/01/2020, 11.33
ISLAM-ALGERIA
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La libertà d’espressione sta morendo, sotto i colpi dell’Inquisizione islamista

di Kamel Abderrahmani

Lo studioso Kamel Abderrahmani riflette sulle pressioni subite da quanti criticano le ideologie dominanti nel mondo musulmano. Nei Paesi islamici, la “jihad giudiziaria” ha come obiettivo intellettuali, ricercatori e persino islamologi che osano volgere uno sguardo critico alla religione.

Parigi (AsiaNews) – Mettere a tacere ogni critica al pensiero islamista, soprattutto in materia di religione: è lo scopo di quella che Kamel Abderrahmani definisce “jihad giudiziaria”. Questa opera secondo meccanismi diversi, quando viene attuata in Occidente o in Paesi dove l'islam è religione di Stato. In Algeria, ne è vittima l’islamologo riformista Saïd Djabelkhir. Pubblichiamo la riflessione del giovane studioso musulmano. (Traduzione a cura di AsiaNews).

Nel mondo musulmano, la libertà di espressione sta morendo. Nessuno può esprimersi in modo libero, se ciò che pensa va oltre la struttura del pensiero unico e maggioritario. Quando si parla di religione, la pressione si moltiplica, aumenta ed il dibattito è quasi impossibile. In altre parole, mettere la museruola alla voce del pensiero critico sulla religione è un'azione che rientra nella “jihad giudiziaria”. Vale a dire consegnare alla giustizia una persona le cui parole, risate ed opinioni smascherano, criticano o demistificano la natura violenta dei seguaci di quella che si dichiara – nonostante tutto – una religione di pace, che mira a zittire i critici.

Per fare questo, la “jihad giudiziaria” opera secondo meccanismi diversi, quando viene attuata in Occidente o in Paesi dove l'islam è religione di Stato. Il modo in cui essa viene condotta dipende dallo spazio geografico e dalla natura dei sistemi politici. Ad esempio, in Occidente ci nascondiamo dietro organizzazioni – generalmente laboratori dei Fratelli musulmani – volte a combattere il razzismo o l'”islamofobia”; nel frattempo, intellettuali sono perseguiti dalla giustizia, solo perché nei loro scritti considerano l'islam una religione pericolosa!

Nei Paesi musulmani, la “jihad giudiziaria” ha come obiettivo intellettuali, ricercatori e persino islamologi che osano volgere uno sguardo critico alla religione, fare letture critiche dell'islam ed interpretare i testi religiosi in modo diverso dalla versione ufficiale e dominante. Sono spesso perseguiti per “oltraggio all'islam e al profeta” o per “aver attentato ai precetti dell'islam e seminato discordia nella società". In altre parole, come possiamo riformare questa religione se la libertà di pensiero ed espressione viene manganellata, perseguita e proibita? Come fingere di essere contro il terrorismo islamista e allo stesso tempo emanare leggi liberticide? Come possiamo rivoluzionare l'islam, se l'intellettuale messo a tacere, costretto a pensare secondo i dettami di un'ideologia e sotto una minaccia legale?

Tra gli intellettuali che sono spesso presi di mira, in Algeria negli ultimi cinque anni vi è il controverso islamologo Saïd Djabelkhir. Dopo diverse minacce di morte ricevute sulla sua pagina Facebook e nonostante le denunce presentate contro “jihadisti elettronici”, lo Stato algerino è rimasto inerte: i reclami vengono respinti. Ora, ancora una volta, è lui soggetto di una denuncia per una polemica sulla celebrazione del Capodanno berbero “Yennayer” – che il muftì salafita Mohamed Ali Ferkous considera una festività pagana e illecita.

Questo guru salafita ha emesso una fatwa affinché lo Yennayer sia bandito dalle usanze e dalle tradizioni algerine. Questa fatwa non è così diversa da quella emessa dal Wahhabismo in Arabia Saudita, che considera eretica qualsiasi celebrazione – compreso il Mawlid al-Nabī [giorno in cui si ricorda la nascita di Maometto, ndr] – al di là di due festività sunnite: l’Aïd el-Fitr e l’Eid al-Adha.

A seguito di questa deriva salafita – che consiste in parte nel classificare gli algerini in base alla loro religione – e prima del silenzio del ministro degli Affari religiosi, l'islamologo Saïd Djabelkhir ha preso posizione. Sulla sua pagina Facebook, egli ha affermato che lo Yennayer non ha una connotazione religiosa che giustifica un suo divieto in nome dell'islam; e che quest'ultimo è composto da alcune pratiche pagane, come il pellegrinaggio e il sacrificio delle pecore per l’Aïd.

Le tesi sostenute da Saïd Djabelkhir sono ben argomentate e solide. È così che l’islamologo ha attirato l'ira del ministro degli Affari religiosi. Alludendo all’intellettuale, durante una conferenza sull'unità nazionale nel patrimonio berbero quest’ultimo ha lanciato un appello per “bloccare la strada a quanti approfittano della pluralità culturale algerina per seminare discordia nella società”. Qui sorge una domanda: chi vuole davvero dividere gli algerini? Chi difende la loro pluralità o chi vuole classificarli secondo la loro religione?

Da parte loro, il Coordinamento nazionale degli imam, i deputati che obbediscono all’islamismo e alcuni radicali hanno chiesto che Saïd Djabelkhir venga processato per “aver attentato ai precetti dell'islam e seminato discordia nella società algerina”. Queste minacce sono state tradotte sul campo in una denuncia presentata presso il tribunale di Sidi M'hamed – villaggio situato nella provincia di Algeri – da un sinistro professore dell'Università Djilali Liabes di Sidi Bel Abbès. Il documento è supportato dall'articolo 144 bis 02 del Codice penale. Questa è una normativa che rivela il carattere ibrido del regime algerino, il quale mescola dittatura e religione. Nella denuncia, l'islamologo è accusato del “reato di derisione nei confronti delle scienze della religione e dei riti islamici”, e quello di “oltraggio al profeta Maometto”; vale a dire blasfemia! Finanziato dall'idra islamista, il denunciante ha mobilitato tre avvocati, al fine di concretizzare la pratica.

Saïd Djabelkhir, da parte sua, è doppiamente rassicurato. Quanto egli ha dichiarato non è frutto di un azzardo, bensì di anni di ricerche e lavoro sul campo. Le sue posizioni sono tutte giustificate da testi religiosi che gli studiosi sunniti cercano di nascondere ai musulmani. Ma in quanto islamologo, Saïd Djabelkhir costituisce un pericolo per il pensiero oscurantista, che gli islamisti usano per mantenere la società sotto il loro controllo.

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