31/01/2018, 08.11
RUSSIA-USA
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La 'Putin-List' americana, il buco nell’acqua delle sanzioni

di Vladimir Rozanskij

La lista elenca 114 membri dell’amministrazione, e 91 “oligarchi”, vicini al presidente Putin. Gli esclusi temono di perdere prestigio agli occhi degli stessi russi. Putin ironizza sulla sua assenza. L’opinione pubblica ancora più compattata attorno al suo leader supremo. Mikhail Fedotov: “Hanno preso l’elenco del telefono, poggiando l’indice a caso”.

Mosca (AsiaNews) - La lista degli “uomini di Putin” stilata dal Ministero americano delle Finanze ha suscitato reazioni contrastanti in Russia: non solo di orgoglio patriottico contro l’eterno avversario della guerra fredda, ma anche di sorpresa e quasi disappunto in chi, non essendo stato incluso, teme di perdere prestigio agli occhi dei russi stessi.

La lista nera era infatti attesa, essendo un atto previsto per legge ancora dai tempi di Obama, e il suo effetto sulle procedure sanzionatorie in realtà dipenderà dalle relazioni tra le attuali amministrazioni di Trump e Putin, in attesa della rielezione di quest’ultimo il prossimo 18 marzo. Uno degli effetti, del resto, potrebbe essere proprio rilevato nell’influenza sulla campagna elettorale russa, in parallelo alle tante accuse di ingerenza dei russi stessi nelle elezioni dei paesi occidentali.

La lista comprende 114 membri dell’amministrazione, e 91 “oligarchi” ritenuti vicini al presidente, che ha pure ironizzato esprimendo il proprio “disappunto” per non essere stato inserito personalmente nella lista nera dei “nemici dell’America”. I commentatori russi osservano peraltro una certa superficialità nella redazione dell’elenco, che appare poco coerente con le recenti evoluzioni della politica russa. Non appaiono infatti nomi come la presidente della commissione elettorale Ella Panfilova, gli esponenti della Corte Suprema, i leader delle frazioni parlamentari e praticamente tutti gli amministratori regionali, che ci si aspettava fossero segnalati.

La relazione americana è suddivisa in tre parti: i dirigenti dell’amministrazione presidenziale, il governo con le sue varie componenti e gli “altri esponenti politici”, tra cui lo speaker della Camera Vjacheslav Volodin e quello del Senato Valentina Matveenko, e anche i capi dei servizi e di 19 grandi aziende statali. Non sono finiti nell’elenco la presidente della Banca Centrale, Elvira Nabudullina, e neppure i capi dei partiti rappresentati in parlamento, tranne quelli del partito del presidente “Russia Unita” da cui peraltro Putin ha preso le distanze per accreditarsi come leader al di sopra delle parti. Sono stati segnalati i più stretti collaboratori del presidente, come il consigliere Venjamin Jakovlev, il suo rappresentante alla Corte Costituzionale Mikhail Krotov e il capo del Consiglio per i diritti dell’uomo Mikhail Fedotov. Come quest’ultimo, sono stati inseriti diversi personaggi con fama di “liberali”, per indicare che l’azione non riguarda ideologie o simpatie politiche, ma solo la lealtà personale a Putin e alle sue azioni contro il diritto internazionale, come l’annessione della Crimea. Secondo alcuni commentatori in realtà diversi nomi sono stati inseriti o dimenticati per sbaglio, rivelando gravi approssimazioni nella redazione del documento.

L’impressione è che gli americani intendessero segnalare gli esponenti politici ed economici che hanno maggiormente sostenuto le politiche putiniane denunciate, ma non riuscendo a distinguere tra favorevoli e contrari (in realtà quasi inesistenti), abbiano colpito un po' a casaccio, cercando di non limitarsi a qualche settore specifico. L’effetto principale è stata una reazione generale di solidarietà degli esclusi nei confronti degli inclusi, compattando ancor di più l’opinione pubblica intorno alla figura del leader supremo. I presidenti di tre Commissioni parlamentari, quella per il mercato finanziario (Anatolij Aksakov), per il fisco (Andrej Makarov) e per l’istruzione (Vjacheslav Nikonov), dopo la pubblicazione della lista si sono rifiutati di volare negli Usa per partecipare alla tradizionale “Colazione Nazionale di Preghiera” a cui erano stati invitati, e che si terrà i primi di giorni di febbraio con la partecipazione del presidente Trump insieme ai leader delle religioni.

Alcuni hanno visto nella pubblicazione della relazione americana un tentativo di ingerenza nella campagna presidenziale russa. Il vice presidente della Commissione Difesa del Senato, Franz Klinzevich, ha dichiarato al giornale Kommersant del 30 gennaio che “La relazione sul Cremlino ha lo scopo di suscitare una reazione negativa della popolazione contro la dirigenza della Russia, contro il presidente, e di creare loro problemi alla vigilia delle elezioni”. Boris Titov, unico candidato alla presidenza nominato nella Putin-list, si è molto rallegrato della sua presenza: “Sono l’unico candidato che non presenta ricette populiste in economia, e ora appare evidente la scelta: o sostenere uno dei candidati non presenti nella lista e quindi non sgraditi all’Occidente, oppure ricorrere al buon senso e usare nuove armi economiche autoctone contro la guerra delle sanzioni. I forti sono temuti, i deboli vengono messi al guinzaglio”, ha dichiarato Titov.

L’influente capo del Comitato per i diritti umani, Mikhail Fedotov, ha rilasciato anch’egli a Kommersant una dichiarazione, secondo cui “dal Ministero americano delle finanze ci si aspettava più competenza, con una lista basata su materiali analitici e informazioni segrete; invece hanno preso l’elenco del telefono, poggiando l’indice a caso… La Russia e gli Usa sono attori di primo piano della politica internazionale, responsabili dei destini del mondo e devono cercare di risolvere i problemi, non di banalizzarli”.

La guerra delle sanzioni, insomma, rischia di trasformarsi in una telenovela sempre più stucchevole, in attesa di una vera resa dei conti, o meglio ancora dell’inizio di un vero dialogo tra oriente e occidente.

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