22/09/2020, 12.59
VATICANO
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L’eutanasia, figlia della cultura dello scarto, è sempre un crimine

Documento della Congregazione per la dottrina della fede. La Chiesa è anche contraria all’accanimento terapeutico, vede con favore l’applicazione di cure palliative, raccomanda il sostegno alle famiglie dei sofferenti.

Città del Vaticano (AsiaNews) – “Guarire se possibile, aver cura sempre”. Queste parole di Giovanni Paolo II possono essere viste come il principio che anima la Lettera della Congregazione per la dottrina della fede “Samaritanus bonus” sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita. Si tratta dell’“accompagnamento della persona malata nelle fasi terminali della vita in modo da assisterla rispettando e promuovendo sempre la sua inalienabile dignità umana, la sua chiamata alla santità e, dunque, il valore supremo della sua stessa esistenza”.

Il documento, reso pubblico oggi, ribadisce come “insegnamento definitivo” della Chiesa che “l’eutanasia è un crimine contro la vita umana”, come lo è ogni collaborazione a essa, e riafferma il diritto alla obiezione di coscienza. La Chiesa è anche contraria all’accanimento terapeutico, vede con favore l’applicazione di cure palliative, raccomanda il sostegno alle famiglie dei sofferenti.

Al giorno d’oggi, rileva il documento ci sono alcuni fattori che limitano la capacità di cogliere il valore della vita. Il primo è un uso equivoco del concetto di “morte degna” in rapporto con quello di “qualità della vita”, con una prospettiva antropologica utilitaristica. La vita si considera “degna” solo in presenza di alcune caratteristiche psichiche o fisiche. Un secondo ostacolo è una erronea comprensione della “compassione”. La vera compassione umana “non consiste nel provocare la morte ma nell’accogliere il malato, nel sostenerlo” offrendogli affetto e mezzi per alleviare la sua sofferenza. Un altro ostacolo è il crescente individualismo, radice della malattia “più latente del nostro tempo: la solitudine”.

Di fronte a tutto ciò, la Chiesa “ritiene di dover ribadire come insegnamento definitivo che l’eutanasia è un crimine contro la vita umana perché, con tale atto, l’uomo sceglie di causare direttamente la morte di un altro essere umano innocente”. Di fronte a spinte culturali e politiche che tendono ad affermare il diritto a morire con dignità”, il documento afferma che “sopprimere un malato che chiede l’eutanasia non significa affatto riconoscere la sua autonomia e valorizzarla, ma al contrario significa disconoscere il valore della sua libertà, fortemente condizionata dalla malattia e dal dolore, e il valore della sua vita, negandogli ogni ulteriore possibilità di relazione umana, di senso dell’esistenza e di crescita nella vita teologale. Di più, si decide al posto di Dio il momento della morte”.

Nello stesso tempo si sottolinea che “frequenti sono gli abusi denunciati dagli stessi medici per la soppressione della vita di persone che mai avrebbero desiderato per sé l’applicazione dell’eutanasia”. “Valore della vita, autonomia, capacità decisionale e qualità della vita non sono sullo stesso piano. L’eutanasia, pertanto, è un atto intrinsecamente malvagio, in qualsiasi occasione o circostanza”. Essa, inoltre, è espressione di quella “cultura dello scarto” denunciata da papa Francesco per la quale il valore di una persona è legato alla sua efficienza economica, oltre che fisica. “Vittime di tale cultura sono proprio gli esseri umani più fragili, che rischiano di essere ‘scartati’ da un ingranaggio che vuole essere efficiente a tutti i costi”.

La Lettera rileva poi che “domanda di morte in molti casi è un sintomo stesso della malattia, aggravato dall’isolamento e dallo sconforto”, “le suppliche dei malati molto gravi, che talvolta invocano la morte, non devono essere intese come espressione di una vera volontà di eutanasia; esse infatti sono quasi sempre richieste angosciate di aiuto e di affetto. Oltre le cure mediche, ciò di cui l’ammalato ha bisogno è l’amore, il calore umano e soprannaturale, col quale possono e debbono circondarlo tutti coloro che gli sono vicini, genitori e figli, medici e infermieri”. “Occorre, pertanto, che gli Stati riconoscano la primaria e fondamentale funzione sociale della famiglia e il suo ruolo insostituibile, anche in questo ambito, predisponendo risorse e strutture necessarie a sostenerla”.

Non è, infine, “lecito sospendere le cure efficaci per sostenere le funzioni fisiologiche essenziali, finché l’organismo è in grado di beneficiarne”. “La rinuncia a tali trattamenti, che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, può anche voler dire il rispetto della volontà del morente, espressa nelle cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento, escludendo però ogni atto di natura eutanasica o suicidaria”. “Ogni atto medico deve infatti sempre avere ad oggetto e nelle intenzioni di chi agisce l’accompagnamento della vita e mai il perseguimento della morte. Il medico, in ogni caso, non è mai un mero esecutore della volontà del paziente o del suo rappresentante legale, conservando egli il diritto e il dovere di sottrarsi a volontà discordi al bene morale visto dalla propria coscienza”.

Del tutto positivo è invece il giudizio sulla medicina palliativa. Essa “costituisce uno strumento prezioso ed irrinunciabile per accompagnare il paziente nelle fasi più dolorose, sofferte, croniche e terminali della malattia. Le cosiddette cure palliative sono l’espressione più autentica dell’azione umana e cristiana del prendersi cura, il simbolo tangibile del compassionevole ‘stare’ accanto a chi soffre. Esse hanno come obiettivo «di alleviare le sofferenze nella fase finale della malattia e di assicurare al tempo stesso al paziente un adeguato accompagnamento umano dignitoso, migliorandone – per quanto possibile – la qualità di vita e il benessere complessivo. L’esperienza insegna che l’applicazione delle cure palliative diminuisce drasticamente il numero di persone che richiedono l’eutanasia”.

Rientra nell’ottica palliativa anche la terapia analgesica che usa farmaci che possono causare la soppressione della coscienza (sedazione). “Un profondo senso religioso può permettere al paziente di vivere il dolore come un’offerta speciale a Dio, nell’ottica della Redenzione; tuttavia, la Chiesa afferma la liceità della sedazione come parte della cura che si offre al paziente, affinché la fine della vita sopraggiunga nella massima pace possibile e nelle migliori condizioni interiori. Questo è vero anche nel caso di trattamenti che avvicinano il momento della morte (sedazione palliativa profonda in fase terminale), sempre, nella misura del possibile, con il consenso informato del paziente”.

In proposito si può ricordare che siamo di fronte a un principio esposto già da Pio XII nel lontano 1957.

Il documento raccomanda poi una specifica formazione dei sacerdoti e affronta la questione della somministrazione dei sacramenti a una persona che ha chiesto di morire. Essa potrà ricevere i sacramenti “nel momento in cui la sua disposizione a compiere dei passi concreti permetta al ministro di concludere che il penitente ha modificato la sua decisione. Ciò comporta anche che una persona che si sia registrata in un’associazione per ricevere l’eutanasia o il suicidio assistito debba mostrare il proposito di annullare tale iscrizione, prima di ricevere i sacramenti”.

“La miseria più grande – si legge nelle conclusioni della Lettera - consiste nella mancanza di speranza davanti alla morte. Questa è la speranza annunciata dalla testimonianza cristiana, la quale, per essere efficace, deve essere vissuta nella fede, coinvolgendo tutti, familiari, infermieri, medici, e la pastorale delle diocesi e dei centri ospedalieri cattolici, chiamati a vivere con fedeltà il dovere d’accompagnamento dei malati in tutte le fasi della malattia, e in particolare nelle fasi critiche e terminali della vita, così come definito nel presente documento”. (FP)

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