22/02/2020, 12.45
MYANMAR
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L’esercito birmano processerà i soldati accusati dei massacri Rohingya

“Indagheremo non perché spinti dalla pressione internazionale, ma per senso di responsabilità e dovere”. La mossa dei militari segue le raccomandazioni del presidente di una commissione d’inchiesta voluta da Aung San Suu Kyi. L’ICoE ha pubblicato il suo rapporto finale lo scorso 20 gennaio, in cui denuncia gli omicidi di massa di quasi 900 Rohingya.

Naypyidaw (AsiaNews/Agenzie) – L’esercito birmano indagherà ed aprirà procedimenti giudiziari contro i soldati accusati di aver compiuto omicidi di massa, durante le operazioni militari del 2017 contro gli insorti Rohingya nel nord dello Stato di Rakhine. Lo hanno annunciato ieri i vertici del Tatmadaw [le forze armate]. Secondo analisti, la mossa dei militari è una risposta alle raccomandazioni del presidente dell’Unione, Win Myint, e di una commissione d’inchiesta voluta dalla leader democratica Aung San Suu Kyi.

La Commissione indipendente d’inchiesta (ICoE) è stata istituita da “la Signora” nell’agosto 2018, per far luce sulle violenze perpetrate ai danni della minoranza islamica Rohingya. La Commissione ha pubblicato il suo rapporto finale lo scorso 20 gennaio. In 461 pagine, i suoi membri affermano che tra il 25 agosto ed il 5 settembre 2017 – durante la massiccia offensiva dell’esercito contro i ribelli dell'Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa) – sono stati commessi crimini di guerra. Tra questi vi sono gli omicidi di massa di quasi 900 persone, avvenuti in tre villaggi Rohingya. Ma il documento nega che le uccisioni e lo sfollamento avessero però “intenti genocidi”, contraddicendo le inchieste delle Nazioni Unite (Onu).

Nel suo rapporto l’ICoE ha formulato 22 raccomandazioni, esortando il governo del Myanmar e le forze armate del Paese a continuare le rispettive indagini. Il presidente del Myanmar ha inoltrato la relazione al gen. Min Aung Hlaing, comandante in capo del Tatmadaw, affinché essa sia utilizzata degli inquirenti nel perseguire il personale militare responsabile delle violenze. Ieri l'esercito dichiarato di aver esaminato i resoconti sulle atrocità nei villaggi di Maung Nu e Chut Pyin. Secondo l’ICoE, almeno 100 persone sono state uccise a Chut Pyin, e circa altri 200 civili a Maung Nu. Oltre alle uccisioni di massa in questi due villaggi, il rapporto della Commissione rivela che 19 civili sono stati uccisi a Gutar Pyin, nel distretto di Buthidaung; che “il 29 agosto 2017quasi 500-600 civili del villaggio di Min Gyi, nel distretto di Maungdaw, sono stati uccisi in scontri armati tra le forze di sicurezza e l’Arsa”. Nel novembre 2019, per le uccisioni di Gutar Pyin l'esercito ha aperto un processo contro un gruppo di soldati presso la corte marziale.

Ieri il brig. gen. Zaw Min Tun, portavoce del Tatmadaw, ha reso una dichiarazione pubblica in cui afferma: “Abbiamo già esaminato i casi dei villaggi di Maung Nu e Chut Pyin. Lavoreremo su questi casi formando una corte d’inchiesta e poi riferiremo alla corte marziale; esprimeremo un giudizio secondo la legge militare. Ci stiamo occupando di queste vicende non perché spinti dalla pressione internazionale, ma per senso di responsabilità e dovere”.

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