20/11/2019, 14.40
SRI LANKA
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Intellettuali, sacerdoti e tamil: con Gotabaya presidente, lo ‘spettro di nuovi scontri etnici’

di Melani Manel Perera

L’ex segretario della Difesa ha vinto con il sostegno della maggioranza singalese e dei monaci buddisti. Sui social i suoi sostenitori pubblicano commenti carichi d’odio nei confronti di tamil e musulmani. Sacerdote: “Mi ricorda lo scenario del 2009, quando è finita la guerra”.

Colombo (AsiaNews) – L’elezione del presidente Gotabaya Rajapaksa comporta il rischio concreto di nuove divisioni etniche e religiose, già visibili nei commenti carichi d’odio pubblicati sui social. Lo affermano ad AsiaNews alcuni intellettuali, sacerdoti e tamil dello Sri Lanka, commentando la vittoria alle urne dell’ex segretario della Difesa, acclamato dalla maggioranza singalese per aver sconfitto i ribelli delle Tigri Tamil.

Gatabaya si è assicurato la vittoria grazie al sostegno dei singalesi buddisti. Harini Amarasooriya, docente presso la facoltà di Studi sullo sviluppo sostenibile della Open University, ritiene che non sia un buon segno il fatto che “all’indomani del voto, nel suo discorso di giuramento, il presidente abbia criticato proprio il supremo diritto di voto, sottolineando il razzismo e che egli ha potuto vincere con il mandato della maggioranza singalese e dei monaci buddisti”. Secondo il professore, “un presidente ha la responsabilità dell’intera nazione. È difficile avere fiducia in lui, visto come ha cominciato”.

P. Rohan Dominic, coordinatore del gruppo missionario dei clarettiani alle Nazioni Unite, aggiunge: “È molto triste il clima che si è creato dopo le elezioni. La maggioranza singalese che ha votato per Rajapaksa esprime di nuovo l’odio e il razzismo sui social e in pubblico. È quasi la stessa situazione del 2009, quando è finita la guerra. I tamil invece, che hanno votato per Sajith Premadasa, si sentono di nuovo insicuri, timorosi, spaventati e preoccupati. Mi ricorda lo scenario del 2009”.

Il sacerdote sottolinea che il voto è un “esercizio democratico” nel quale ogni elettore esprime la propria preferenza per il candidato che meglio lo rappresenta. Dal 2009, “il termine più ricorrente è stato ‘riconciliazione’. Sono stati organizzati migliaia di programmi per pacificare il Paese, da parte anche della Conferenza episcopale, della Caritas, delle Commissioni giustizia e pace in tutte le diocesi. Qual è l’effetto di tutto questo dopo 10 anni? I programmi sono stati davvero la via per il cambiamento? A me sembra che il razzismo e le teorie della supremazia stiano di nuovo venendo a galla”.

Un tamil che abita nel nord dell’isola dichiara: “Siamo disgustati dai primi commenti di Rajapaksa. Il nostro popolo ha votato per Sajith Premadasa perché egli ha capito i nostri problemi e voleva aiutarci. Entrambi i fratelli Rajapaksa, sia Mahinda che Gotabaya, hanno illuso il nostro popolo con promesse e parole inutili”. Ci sono due questioni, prosegue, “che devono essere subito affrontate: la prima è che abbiamo paura, come comunità, per la nostra sicurezza personale; la seconda è che il nuovo presidente dev’essere d’accordo a mantenere l’ordine pubblico, rispettare lo stato di diritto e coltivare i valori del pluralismo e della democrazia”.

Jehan Perera, direttore nazionale del National Peace Council, sottolinea un aspetto critico: “I risultati dimostrano che le minoranze etniche e religiose hanno votato per un candidato che appartiene alla comunità etnica di maggioranza. Le divisioni su base etnico-confessionale non sono una novità, né in Sri Lanka né in altri Paesi. La mitica narrazione singalese, che predica la protezione del buddismo e dei singalesi dall’invasione dei tamil provenienti dal sud dell’India, poteva essere re-invocata nella cerimonia di giuramento del nuovo presidente, avvenuta nel sacro tempio buddista costruito dal re eroe dei singalesi quasi 2.000 anni fa. Tuttavia Rajapaksa ha rassicurato il Paese, chiedendo ai suoi sostenitori di celebrare la vittoria in maniera pacifica”. Al tempo stesso, “la violenza non è solo fisica, proviene anche dai commenti pieni d’odio. Come primo atto, il presidente deve pretendere la fine [delle violenze verbali], rassicurare le minoranze etniche e religiose e riunire la politica divisa”.

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