01/08/2020, 10.14
HONG KONG-CINA
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Hong Kong: Autorità pro-Pechino rinviano le elezioni e danno la caccia a 6 democratici fuggiti all’estero

Elezioni parlamentari posticipate di un anno per l’emergenza coronavirus. Fronte democratico: Una scusa per evitare una pesante sconfitta. Giuristi mettono in dubbio la legittimità del rinvio. Continua la stretta repressiva: la polizia accusa i sei attivisti di aver violato la legge sulla sicurezza nazionale. Tra loro anche Nathan Law.

Hong Kong (AsiaNews/Agenzie) – Le autorità cittadine hanno rinviato di una anno le elezioni parlamentari e, secondo resoconti di stampa, vogliono l’arresto di sei attivisti pro-democrazia riparati all’estero, accusati di aver violato la nuova legge sulla sicurezza imposta da Pechino.  

Carrie Lam, capo dell’esecutivo locale, ha annunciato ieri il rinvio delle parlamentari di settembre per l’emergenza Covid-19. Ella ha dichiarato che esporre al coronavirus milioni di persone tra funzionari elettorali e votanti minaccia di travolgere il sistema sanitario pubblico. La leader pro-establishment giustifica la mossa anche con il fatto che alcuni cittadini di Hong Kong sono bloccati in Cina e all’estero per la pandemia, e non possono fare ritorno per votare.

Lam ha evidenziato che il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo stabilirà come gestire il periodo di “vuoto” legislativo. Diversi giuristi mettono in dubbio però la legittimità del rinvio.

La decisione del governo cittadino ha scatenato le proteste del fronte democratico, che nel Legco (il parlamento locale) rappresenta il 60% della popolazione. Per i democratici, Lam sta usando la pandemia come scusa per evitare una pesante sconfitta elettorale.

Subito dopo l’annuncio, 22 parlamentari democratici hanno dichiarato di opporsi in modo fermo al rinvio, invitando l’esecutivo ad adottare misure di prevenzione sanitaria per permettere le operazioni di voto. Per le forze democratiche, un rifiuto in tal senso equivale a far saltare le basi giuridiche del territorio semi-autonomo. Il campo democratico si era già scagliato contro le autorità per la squalifica, avvenuta il 30 luglio, di 12 suoi candidati al voto del 6 settembre.

Per attivisti democratici e diversi osservatori, l’adozione della normativa sulla sicurezza ha dato il via a una stretta repressiva. Entrato in vigore il 30 giugno, il provvedimento attribuisce ampi poteri alla polizia per reprimere attività che minacciano la sicurezza nazionale.  Il Partito comunista cinese afferma di averlo imposto per ristabilire l’ordine; il fronte anti-Pechino, che da oltre un anno manifesta per la democrazia ad Hong Kong e per il mantenimento del suo sistema liberale, accusa invece la leadership cinese di voler soffocare le aspirazioni della popolazione.

Secondo il South China Morning Post e la Cctv (la televisione pubblica cinese), le Forze dell’ordine di Hong Kong hanno emesso un mandato di cattura per sei esponenti democratici che vivono in esilio all’estero. Essi sono accusati di “incitamento alla secessione” e di “cospirare con forze straniere”. La legge sulla sicurezza contiene disposizioni di carattere “extraterritoriale”, che permettono alla polizia di perseguire cittadini di Hong Kong e di altri Paesi anche fuori dei confini dell’ex colonia britannica.

Nathan Law,  uno dei promotori di Demosisto, la formazione autonomista che si è sciolta subito dopo l’attuazione della legge sulla sicurezza, è tra i sei nel mirino delle Forze dell’ordine cittadine. Gli altri sono Simon Cheng, ex dipendente del Consolato britannico a Hong Kong; Samuel Chu, figlio di un ministro battista tra i promotori del “movimento degli ombrelli” del 2014; e gli attivisti pro-indipendenza Ray Wong, Lau Hong e Wayne Chan.

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