26/07/2011, 00.00
TURCHIA-CIPRO-UE
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Crisi o fine del lungo idillio tra Erdogan e l’Europa

di NAT da Polis
Motivi interni e internazionali dietro la dichiarazione del premier turco, che sospenderà ogni collaborazione con l’Unione durante la presidenza cipriota. Ankara tira a “mercanteggiare” usando il suo ruolo di potenza in una regione ricca di energia.
Istanbul (AsiaNews) - Il lungo idillio tra Erdogan e la UE sta attraversando un periodo di crisi. La causa è la terra di Afrodite, l’isola di Cipro. Nella visita effettuata la settimana scorsa nel 37mo anniversario dall’invasione turca della parte settentrionale della Repubblica di Cipro - con la conseguente divisione dell’isola - Erdogan ha definito assolutamente impossibile la collaborare con la futura presidenza della UE quando essa sarà guidata dalla repubblica di Cipro.

La Repubblica di Cipro è uno Stato membro dell’UE, ma non è riconosciuto dalla Turchia. Di qui l’affermazione di Erdogan che “per quel semestre sospenderemmo le nostre relazioni con la UE e non ce ne importa di che cosa ne pensa Bruxelles. La UE ha sbagliato ad accettare Nicosia. Per noi - ha continuato - esistono due Stati distinti che devono coesistere in una confederazione “light”, senza perdere la loro identità ed indipendenza”.

Pronta la reazione di Bruxelles che ha ritenuto queste affermazioni offensive ed arroganti, in quanto ledono la dignità di uno Stato membro dell’Unione. Fonti di Bruxelles hanno pure ricordato che quando Erdogan ha aperto le trattative per l’adesione della Turchia alla Ue ha accettato l’obbligo di rispettare e riconoscere l’integrità di tutti Paesi membri dell’Unione. Le stesse fonti diplomatiche, commentando questa infelice uscita di Erdogan, hanno voluto ricordare che l’attuale governo guidato dall’AKP ha potuto battere il vecchio establishment turco proprio grazie all’apertura delle trattative con la UE.

In questo quadro sorge l’interrogativo del perchè di queste dichiarazioni di Erdogan, che, se certamente non sono nuove, hanno provocato forti reazioni. La stessa Hillary Clinton ha ricordato a Davutoglu che le decisioni dell’ONU su Cipro vanno rispettate. Innanzitutto va detto, come più volte hanno dichiarato eminenti figure dei turco-ciprioti, che Erdogan come chiunque altro ad Ankara, non lavora per loro. E di fatto si osserva ultimamente una crescente contestazione nei confronti di Ankara da parte dei turco-ciprioti, ormai minoranza nella parte Nord dell’isola, a causa della massiccia immigrazione di turchi dell’Anatolia. Ridotti ad essere appena 1/3 della popolazione della parte settentrionale dell’isola, essi accusano Ankara di scarsa sensibilità civile e di distruzione della loro eredità culturale e civile, con la trasformazione dell’isola in un grande casinò per la finanza verde, quella cosiddetta islamica.

A un osservatore degli affari turchi non può sfuggire quello che ha sempre contraddistinto, nei corso dei tempi, la politica estera turca: il concetto, lo strumento, di “pazarlik” (mercanteggiare). La Turchia considerando che le trattative con l’Unione Europea sono a un punto di stagnazione (un reform fatigue si dice negli ambienti diplomatici), dopo l’iniziale impeto. E’ una stagnazione dovuta anche ad una diffusa carenza di coscienza civile nella società turca. E Ankara sta facendo ricorso proprio al “pazarlik”.

Conscia che l’Unione Europea ha crescenti bisogni di risorse energetiche, che si trovano in quell’area geografica in cui la Turchia si inserisce come il naturale hub di transito, cerca di presentare se stessa come il migliore traghettatore dei valori europei verso i Paesi di quell’area. Allo stesso tempo si spinge ad allacciare relazioni alternative con Paesi di quell’area, come la Russia e l’Iran, accusando contemporaneamente la UE di usare due pesi e due misure nei suoi confronti, nel suo tentativo di adeguarsi ai criteri di Copenaghen. Criteri necessari per l’accesso nell’Unione. E Cipro funge proprio come giustificativo. Tutto ciò induce molti analisti a dire che la Turchia è alla ricerca di nuovi partner e che va oltre la scena europea. Ed è lo stesso ministro degli esteri turco, Davutoglu, ideatore della politica estera a dare la spiegazione, rispondendo a chi gli parlava di divergenze culturali e scontri di civiltà, che esistono solo scontri di interessi.

Poi ci sono anche i fattori interni. Erdogan, benché abbia conquistato il voto della metà della popolazione turca, non ha i numeri per effettuare quelle riforme costituzionali per le quali aveva voluto sia il referendum dello scorso settembre (stravinto) che le elezioni del 12 giugno. Sollecitando l’orgoglio nazionale spera di raccogliere quei voti parlamentari necessari per le sue riforme, ma, anche e soprattutto, perché mira alla conquista della presidenza della Repubblica allo scadere del mandato di Gul, come nuovo padre di una Turchia potenza regionale.

Ma dal Fondo monetario internazionale iniziano ad arrivare le prima avvisaglie di difficoltà. Il disavanzo commerciale ha toccato nei primi 5 mesi del 2011 i 38 miliardi di dollari, mentre lo sviluppo previsto per il 2011, previsto all’11% si è abbassato all’8,7%, e per il 2012 avrà un ulteriore grosso calo.
Insomma chi tanto vuole alla fine nulla o poco stringe.

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