09/08/2018, 14.24
THAILANDIA
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Cittadinanza a quattro ragazzi salvati dalle grotte di Tham Luang. ‘Un buon segno per i tribali del nord’

Il capo del distretto di Mae Sai ha consegnato di persona i documenti in una cerimonia. Ritorna l’attenzione sui tribali senza cittadinanza e sulle condizioni delle cosiddette tribù dei monti nel nord. P. Corti, missionario nel  Paese per molti anni: “A livello sociale le tribù sono poco protette e i loro diritti poco tutelati".

Chiang Rai (AsiaNews) – Hanno ricevuto ieri la cittadinanza thailandese tre ragazzi e l’allenatore dei Wild Boars rimasti intrappolati per nove giorni nelle grotte di Tham Luang. Anche altri sette membri della squadra hanno ricevuto i documenti.

“Sono contento che sia stata data loro la cittadinanza” dice ad AsiaNews p. Claudio Corti, missionario del Pime per molti anni in Thailandia. “È un buon segnale contro la discriminazione verso le minoranze apolidi delle tribù del nord”. Uno dei ragazzi, catecumeno protestante, Adul Sam-on, proviene dal Wa State del Myanmar, una regione autonoma non riconosciuta. Nel nord del Paese ci sono molti gruppi etnici: Akha, Lahu, Lisu, Yao, Shan, Hmong e Karen; molti di questi vivono a cavallo tra Thailandia e Myanmar.

Il capo del distretto di Mae Sai, Somsak Kanakam ha consegnato i documenti ai ragazzi durante una cerimonia. L’evento, pubblicizzato dal governo sui social, ha riportato l’attenzione dei media sulla situazione delle persone senza cittadinanza nel Paese. Si stima che esse siano più di 3 milioni anche se, secondo i dati del governo sono 500mila. “A livello sociale le tribù sono poco protette e i loro diritti poco tutelati. Anche se tanti vengono dal Myanmar” racconta il missionario.

In più, i tempi per ottenere i documenti sono molto lunghi, la corruzione è molto diffusa: “Quando fai l’applicazione devi provare di essere nato in Thailandia. Il processo normale è lungo anche perché, pur essendoci delle leggi precise, spesso gli uffici governativi dilatano i tempi fino a che non ricevono la ‘mazzetta’” racconta p. Corti.

Intanto continua la campagna di pubblicità del governo intorno al miracoloso salvataggio. Si parla anche di girare un film, in stile Hollywood, per celebrare l’evento. Tuttavia alcuni osservatori locali storcono il naso davanti a questa auto-celebrazione. Alcuni guardano il salvataggio come una “droga emotiva” che ha allontanato l’attenzione della popolazione da alcune problematiche irrisolte nel campo democratico ed economico.

Commenta p. Corti: “Non hanno permesso ai ragazzi di dire il perché erano entrati nella caverna, che era una cosa importante e che tutti volevano sapere. Tutta l’attenzione è stata concentrata sul successo dell’impresa, che è andata bene”.

È stato evidenziato anche l’elemento spirituale nella tragedia. I bambini stessi hanno parlato di questo fattore, che li ha aiutati nel salvataggio. Commenta il sacerdote: “Una cosa che in Europa non sarebbe mai successa. La spiritualità in Asia è valorizzata anche se in Thailandia c’è questa connessione tra politica e religione. È una connessione che però mira a potenziare l’identità nazionale. Essere thailandesi significa essere buddisti”.

Il governo fa molto leva su questo fattore per spingere le cosiddette tribù dei monti, al confine nord del Paese, a diventare buddiste. “Non tanto per la religione in quanto tale – spiega p. Corti –  ma perché si fa il ragionamento: ‘Siccome siamo buddisti per integrarvi meglio dovete convertirvi’. Ricordo anni fa, quando ero in Thailandia, alla televisione facevano vedere le immagini della guerra in Medio oriente. Dicevano che lì c’erano scontri continui perché abitavano musulmani, ebrei e cristiani. E commentavano: ‘Se noi siamo tutti buddisti siamo più uniti`”.

La Chiesa è molto presente tra le popolazioni tribali; al nord è composta in maggioranza dalla popolazione convertita dall’animismo. “La diocesi di Chiang Mai conta circa 80 mila cattolici, 65 mila sono tribali. Quasi tutti i preti e le suore sono di origine tribale. La nuova diocesi di Chiang Rai, nata lo scorso 25 marzo, conta quasi solo fedeli non thailandesi. Il mondo animista è ancora aperto ad accogliere il Vangelo. Di solito non diventano buddisti perché si sentono discriminati”.

E conclude: “Vedo che i bambini hanno nomi thailandesi, anche il loro coach. Quasi sicuramente hanno anche un nome proprio legato slla loro tribù e forse hanno cambiato il cognome per non presentarsi come tribali”.

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