04/03/2016, 11.40
CINA
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Cina, si moltiplicano gli scioperi: le industrie non pagano più gli stipendi

Il China Labour Bulletin pubblica i dati relativi al periodo precedente il Capodanno cinese. Un record (negativo) pari a 1.050 proteste in poco più di due mesi. Nel 2015 si sono verificati 2.774 scioperi. Gli imprenditori del settore edilizio sono i peggiori, seguono quelli del manifatturiero e del minerario. Il Guangdong blocca i salari per i prossimi due anni.

Pechino (AsiaNews) – Il problema del pagamenti dei salari in Cina sembra essere oramai endemico. Nel periodo precedente al Capodanno lunare, quando per tradizione si pagano i debiti e gli arretrati, si sono verificati infatti 1.050 tra scioperi e proteste dei lavoratori per il mancato saldo degli stipendi. Si tratta di un record, documentato dal China Labour Bulletin, che riguarda in maniera prevalente il mercato delle costruzioni.

Secondo i dati del sindacato indipendente, che ha sede a Hong Kong ma opera anche nella Cina continentale, fra l’1 dicembre 2015 e l’8 febbraio 2016 si sono verificati centinaia di scioperi fra Guangdong, Henan, Shandong ed Hebei. Le proteste dei lavoratori del settore edile si sono fatte sentire con più frequenza a Zhengzhou (23 incidenti) e Chengdu (21 incidenti). A Pechino, Guangzhou e Chongqing se ne sono verificati altri 14 (per città).

Le proteste dei lavoratori edili rappresentano il 55% del totale; al secondo posto vengono gli operai del manifatturiero, con il 23% di scioperi e scontri, mentre al terzo si attestano i minatori con il 5,6%, un aumento di quattro punti percentuali rispetto al 2015. Dato che il governo cinese ha già annunciato che nei prossimi anni intende tagliare 1,8 milioni di posti di lavoro nelle industrie del carbone e dell’acciaio, è “molto probabile” che il numero di proteste in questi settori aumenti.

In totale, il 2015 sembra essere stato un anno nero per le questioni sindacali. Nel corso dell’anno, il Clb ha registrato 2.774 incidenti: il doppio rispetto ai 1.379 del 2014. Si tratta di un aumento in parte dovuto al miglioramento del sistema di rilevazione, che secondo lo stesso sindacato ora conta su molte più fonti, ma soprattutto si basa sulla sistematica violazione dei diritti dei lavoratori. Anche se è vero che la crisi economica globale ha rallentato l’economia, dicono diversi analisti, questo non basta a spiegare il picco.

Secondo il Caixin, organo di informazione indipendente molto conosciuto in tutta la Cina, la provincia meridionale del Guangdong ha annunciato di voler bloccare i salari per il 2016 e il 2017, in modo da contenere i costi del lavoro. Per l’esecutivo locale, si tratta di un “incentivo” per aiutare la riforma strutturale dell’economia indicata dal Partito comunista. Questa predica l’abbandono della produzione industriale pesante per una conversione sul terzo settore e sul commercio online.

Alcuni segnali, scrive ancora il Caixin, fanno pensare che il manifatturiero cinese stia rallentando ancora. Le rilevazioni effettuate dal giornale mostrano un calo di due punti nel febbraio 2016 in un index che separa l’espansione dell’economia dalla sua contrazione. Tuttavia, sostengono gli esperti, il blocco dei salari non aiuterà il tradizionale mercato del lavoro cinese: semplicemente, gli imprenditori decideranno di delocalizzare la produzione industriale nel Sud-Est asiatico, dove la forza lavoro costa ancora meno di quella cinese.

Dall’epoca delle riforme e delle aperture volute da Deng Xiaoping, la crescita economica ha mantenuto la legittimazione del Partito comunista. La trasformazione industriale e la ristrutturazione dell’economia colpiranno il mercato del lavoro, dove milioni di universitari laureati rappresentano una nuova sfida. Internet diffonde le notizie e velocizza la consapevolezza della popolazione. Da quando Xi Jinping ha preso il potere le autorità hanno stretto il controllo sulla società: sempre più avvocati vengono arrestati e, mentre la gente cerca pace nelle religioni, il governo cerca di frenarle.

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