27/06/2020, 08.00
FILIPPINE - ARABIA SAUDITA
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Chiesa e Ong chiedono indagini sulla morte di centinaia di filippini in Arabia Saudita

Almeno 353 migranti hanno perso la vita. Per l’ambasciatore filippino a Riyadh la maggior parte per “cause naturali”, una “piccola parte” per Covid-19. Il diplomatico ironizza sulla situazione di indigenza dei lavoratori. Vescovo di Balanga: “Serve chiarezza” sui decessi. Attivisti denunciano discriminazioni verso i cristiani nell’accesso alle cure mediche. 

Manila (AsiaNews/Agenzie) - Un vescovo filippino e una organizzazione che si occupa dei diritti del migranti (Ofw) chiedono indagini approfondite per stabilire le cause della morte nell’ultimo periodo di oltre 350 espatriati in Arabia Saudita. A fornire il dato è stato lo stesso ambasciatore filippino a Riyadh, Adnan Alonto, che il 22 giugno scorso ha parlato di 353 cadaveri, dei quali almeno 200 devono essere riportati nel Paese di origine. “La maggior parte - riferisce il diplomatico - è deceduto per cause naturali. Solo una piccola parte delle vittime è da relazionare al coronavirus”, altri per morti violente. Tuttavia, la Chiesa e le ong vogliono fare chiarezza in un momento di grave difficoltà per i migranti, come testimonia il suicidio di una giovane filippina in Libano. 

L’Arabia Saudita è una destinazione fra le più richieste per i migranti filippini; fino a un milione di persone si sono trasferite nel regno vivendo spesso in condizioni di grave difficoltà, vittime di abusi e vessazione da parte dei datori di lavoro musulmani. Fra i casi più frequenti, ma denunciati con difficoltà, vi sono precarietà, mancato pagamento dei salari, confisca dei passaporti, assalti di natura fisica e violenze sessuali. 

In questo contesto, la morte in poco tempo di centinaia di persone genera quantomeno sospetti che la Chiesa filippina chiede di approfondire. Mons. Ruperto Santos, vescovo di Balanga e capo della commissione per i Migranti e le persone itineranti della Conferenza episcopale filippina (Cbcp), non è convinto che la maggior parte dei decessi sia legato a cause naturali. Il prelato sospetta vi sia “qualcosa di strano” che deve essere approfondito. “Serve chiarezza - avverte - sulle cause specifiche dei decessi, per prevenire ulteriori perdite in futuro”. 

A sostegno del vescovo si schiera anche Migrante International, alleanza di Ong che combattono per i diritti dei lavoratori all’estero, che non risparmia critiche nemmeno all’ambasciata filippina a Riyadh per la gestione della vicenda. “I parenti dei nostri migranti filippini scomparsi - riferisce il portavoce Francisco Buenaventura - meritano di sapere la causa della morte” e il governo non può lavarsene le mani parlando di “cause naturali. Servono referti medici a sostegno della tesi”. 

In tempo di pandemia globale, l’Arabia Saudita è la nazione più colpita fra quelle del Golfo. Secondo l’attivista i lavoratori filippini che risultano positivi al Covid-19 non vengono trattati per la loro fede. “Cristiani e musulmani - afferma - devono ricevere le stesse attenzioni. Le nostre infermiere si prendono cura dei pazienti musulmani”, mentre questo non avviene per i cristiani nel regno wahhabita, dove non è ammesso altro culto al di fuori dell’islam. 

Oltre alle vittime, vi è anche la questione aperta dei migranti che vogliono rimpatriare ma sono impossibilitati a farlo. Sono almeno 23mila, stando alle ultime statistiche ufficiose, i lavoratori che si sono appellati al governo di Manila perché li aiuti a tornare in patria, mentre si trovano costretti a sopravvivere senza lavoro da mesi e cercando un po’ di cibo fra i sacchi della spazzatura a Riyadh.

L’ambasciatore Alonso smentisce questa versione e usa i social per ironizzare: “Se quello che mi dicono è vero, mi infastidisce sapere che qualcuno ricorre a mezzi teatrali per attirare l’attenzione. L’assistenza alimentare è garantita. Raccogliere nell’immondizia? Suvvia!”. Immediata la replica delle Ong, secondo cui il diplomatico dovrebbe “verificare i suoi privilegi. Può parlare così  - concludono gli attivisti - perché ha ancora un lavoro e riceve un cospicuo salario. Se vivesse per tre mesi con l’assistenza garantita agli Ofw, saprebbe che il raccattare cibo non è una messa in scena”. 

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