08/07/2020, 08.45
IRAQ
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Baghdad, lotta quasi perduta contro il Covid-19 e la povertà

di Joseph Mahmoud

Due giorni fa, l’Iraq registrava 2567 morti e oltre 62275 casi di infezione, in maggioranza a Baghdad. In giugno vi è stato un aumento del 600% dei casi di infezione. Penuria delle strutture e del personale sanitari: nel Paese di 39 milioni di abitanti, vi sono 1,4 letti per ogni 1000 abitanti; 0,7 dottori per 1000 abitanti e di 500 ventilatori per la terapia intensiva. Durante l’epidemia da coronavirus, la povertà è salita dal 22 al 34%.

Baghdad (AsiaNews) – Indebolito dalle guerre passate, con un’economia fragile a causa del basso costo del petrolio, con un governo sospettato di continuo di corruzione, l’Iraq non riesce a difendersi contro il Covid-19.

Secondo dati dell’International Rescue Committee, in giugno la pandemia ha visto un aumento del 600% dei casi; quattro volte di più rispetto alle cifre di maggio.  Due giorni fa, l’Iraq registrava 2567 morti e oltre 62275 casi di infezione, in maggioranza a Baghdad.

La situazione è grave anzitutto perché le strutture sanitarie sono insufficienti. L'Iraq, che destina solo l’1,8% del suo bilancio alla sanità, dispone soltanto di 1,4 letti per ogni 1000 abitanti; 0,7 dottori per 1000 abitanti e di 500 ventilatori per la terapia intensiva: tutto questo per una popolazione di 39 milioni di persone.

Il personale sanitario, che attende il salario da mesi, deve spesso pagarsi di tasca propria il materiale di protezione (maschere, tute, guanti…). Questo ha portato all’infezione di molti dottori e infermieri. Secondo le autorità irakene, almeno 13 dottori sono già morti di Covid-19. La gente è inferocita dalla mancanza di strutture sanitarie e di cure per i loro malati.

Ma è soprattutto la crisi economica che pesa sul Paese e rende più difficile il contenimento della pandemia. Molti irakeni, avendo bisogno di lavorare per vivere, non rispettano la quarantena.

Il ministero degli Affari sociali afferma che durante la pandemia il tasso di povertà nel Paese è cresciuto dal 22 al 34%. I più esposti al rischio di contagio sono coloro che vivono nelle baraccopoli, circa 3 milioni, e i profughi interni, circa 1,5 milioni.

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