27/11/2019, 16.13
THAILANDIA
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Suor Eudoxie, dal Congo alla Thailandia per annunciare che Dio è misericordia (Parte I)

di Paolo Fossati

Nata in una famiglia d’origine musulmana, la religiosa ha ricevuto il battesimo in età adulta. Ora fa parte della comunità delle Missionarie di Maria in Thailandia. L’infanzia nella missione dei padri saveriani a Kasongo, la scoperta della fede e la missione: “Gesù è già presente nella storia di ogni popolo”.

Pak Kret (AsiaNews) – Suor Eudoxie Colette Ngongo Banunu racconta ad AsiaNews il percorso di fede che cinque anni fa l’ha portata a lavorare tra i poveri e gli emarginati in Thailandia, a quasi 9mila chilometri di distanza dal suo Paese d’origine – la Repubblica Democratica del Congo. Insieme ai bambini disabili che assiste nella Casa degli Angeli a Pak Kret, nei giorni scorsi la religiosa ha preso parte ai principali eventi della storica visita apostolica di papa Francesco nel Paese del Sud-est asiatico. Proponiamo la prima parte della sua testimonianza.  

Annunciare il Vangelo facendosi testimone della misericordia di Dio nelle periferie urbane e sociali di Bangkok, dove la disabilità è vista come una condanna. È la storia di suor Eudoxie Colette Ngongo Banunu (foto), religiosa delle Missionarie di Maria (Saveriane) in Thailandia, dov’è arrivata cinque anni fa. La suora 42enne è originaria della Repubblica Democratica del Congo ed è nata a Kasongo, cittadina di quasi 65mila persone situata nella provincia orientale di Maniema. In questa località – tra le zone nel Paese con la maggiore presenza di musulmani – si trovava la missione di Ngene, che i padri saveriani hanno consegnato alla diocesi di Kasongo lo scorso ottobre.

“Sono cresciuta con loro, nonostante da piccola non avessi ricevuto il battesimo”, racconta suor Eudoxie. “I miei genitori – prosegue la religiosa – non si erano sposati con rito religioso, poiché provenienti da famiglie in origine musulmane. Nella mia diocesi, l’85% della popolazione professa la fede islamica. Ma cattolici e musulmani sono abituati alla convivenza, anche all’interno dello stesso nucleo familiare. Mio papà si convertì al cristianesimo in età adulta, dopo aver cominciato a lavorare con i missionari; mamma nacque dopo che i suoi genitori erano già diventati cristiani. I miei fratelli ed io abbiamo ricevuto un’educazione cattolica e musulmana allo stesso tempo, perché essa rispecchiava la natura della nostra famiglia. Sin da bambina ho frequentato la chiesa locale, dove lavoravano anche alcune suore. Guardavo incuriosita queste donne e chiedevo a mia madre: ‘Perché queste donne non hanno un uomo accanto?’. ‘Perché sono sposate con il Signore’, mi rispondeva. Ed io: ‘Anche io un giorno voglio esserlo’. Crescendo, ho maturato l’intenzione di ricevere il battesimo. Sono diventata cristiana a 18 anni. Durante il percorso di catechesi, ascoltavo la storia di come il mio popolo aveva ricevuto la fede grazie all’opera evangelizzatrice dei missionari. ‘Che bello essere cristiani e annunciare il Vangelo a quanti ancora non lo conoscono, pensavo. In quei momenti, si rafforzava in me il desiderio di fare lo stesso”.

Ultimati gli studi nelle scuole superiori, la giovane Eudoxie decide di dedicare la propria vita a Dio. Ma in famiglia, il progetto di vita non viene accolto con favore da tutti. “Ho perso mi padre quando avevo 6 anni. Nella mia cultura, che è molto patriarcale, in questi casi i bambini non appartengono solo alla madre; anzi, la donna non ha proprio voce in capitolo. La responsabilità e l’eredità familiare spettava a mio fratello maggiore, contrario alle mie volontà e diventato nel frattempo cristiano protestante. Dalla sua, vi era gran parte dei miei parenti. Ma io ero testarda: continuavo a seguire e partecipare alle attività pastorali dell’Azione cattolica, organizzazione che ha accompagnato la mia crescita”. Nel 1998, nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) scoppia la più grande guerra della storia recente dell'Africa. Il conflitto, conclusosi nel 2003, ha coinvolto otto nazioni africane e circa 25 gruppi armati; secondo le stime, ha causato 5,4 milioni di morti (in gran parte per malattia e fame) e diversi milioni di profughi. “Era il 1999 – racconta la missionaria – quando siamo stati costretti a fuggire. Mio fratello era in viaggio, quindi è rimasto dove si trovava. In quel momento, la congregazione mi ha chiamata ed io ho risposto, anche senza la sua approvazione. Non ci siamo parlati per un anno. In seguito ci siamo riconciliati e lui ha rispettato, sebbene mai accettato, la mia decisione di diventare suora”.

Il cammino che la porta ad entrare definitivamente nella congregazione comincia con i quattro anni e mezzo di formazione nella comunità di Bukavu, provincia di Sud Kivu; segue con l’emissione dei voti temporanei, all’età di 28 anni; quasi tre di lavoro in Congo ed altrettanti di studio a Roma per prepararsi alla missione; due nella Casa madre delle saveriane a Parma e poi uno a Milano per prestare servizio in comunità presso la parrocchia di San Luca. Nel dicembre del 2013, suor Eudoxie è destinata alla Thailandia. “In un primo momento, ero stata chiamata a svolgere la mia opera in Brasile, nella Foresta amazzonica. L’Ordine ha poi scelto di privilegiare il primo annuncio, quindi i programmi sono cambiati. Non mi aspettavo di essere inviata in Thailandia: la lingua è difficile da imparare ed io avevo già quasi 36 anni. Ma d’altronde, quando ho scelto di essere missionaria ero cosciente che avrei condiviso la mia fede ovunque mi avrebbero inviata”, afferma la religiosa. La missionaria pronuncia i voti perpetui (castità, povertà e obbedienza) il 24 maggio 2014 a Parma, nella cattedrale di Santa Maria Assunta.

Nel novembre del 2014, suor Eudoxie arriva in Thailandia, dove le Missionarie di Maria sono presenti dal 2000 e ora hanno due comunità: una a Ban Mai, zona residenziale nel distretto di Pak Kret, provincia di Nonthaburi – alla periferia di Bangkok; l’altra a Sanian, tra i tribali del sotto-distretto di Mueang Nan, nella provincia settentrionale di Nan – al confine con il Laos. La missionaria viene destinata alla prima. “Come previsto dal nostro statuto, i primi due anni li ho dedicati allo studio della lingua thai; impresa difficile ma non impossibile. È stato un periodo di grande fatica ma di gioia profonda, perché in quei momenti scoprivo altre realtà. Io ero la prima religiosa africana giunta a far parte del clero di Thailandia. Prima ancora di annunciare il Vangelo, la missione era anzitutto rivelazione tra me ed il popolo thai: la meraviglia di conoscersi a vicenda, ciascuno con la propria cultura. Questo incontro è il primo regalo che la missione ci dona. Da qui si apre una relazione, che apre la strada a parlare di Gesù. Un tempo si diceva ‘portare Gesù’, ma l’esperienza ha dimostrato che Egli è già presente nella storia di ogni popolo. Come disse San Paolo: ‘Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio’ (Atti 17,23)”.

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