Vicario d’Arabia: Spero di tornare in Yemen prima della fine dell’episcopato

A quattro anni dall’inizio del conflitto mons. Hinder racconta di un Paese “bloccato” perché manca la “capacità” delle parti in lotta di “trovare un compromesso”. La speranza di effettuare la visita pastorale cancellata nel marzo 2015. E di inviare un sacerdote per una comunità cristiana segnata da ferite “materiali e spirituali” e “preoccupata” per il futuro del Paese e della Chiesa. 


Abu Dhabi (AsiaNews) - La situazione dello Yemen a quattro anni dall’inizio del conflitto “appare bloccata” perché “manca quella capacità” delle parti in lotta “di trovare un compromesso, di cercare una soluzione che non lasci solo vincitori e vinti”. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen), che rivela il suo più grande desiderio prima della fine del mandato: “Spero - confessa - di poter rivedere lo Yemen con i miei occhi, prima di lasciare il mio episcopato in Arabia”. 

Il prelato ha messo piede per l’ultima volta nel Paese nel dicembre 2014, quando già si intravedevano segnali di tensioni interne. “Sono stato ad Aden - ricorda - dove ho benedetto un altare della cattedrale e presieduto l’ingresso del parroco, rimasto solo tre mesi”. Durante il viaggio verso l’aeroporto, prosegue, “abbiamo cambiato all’ultimo il percorso. In un secondo momento ho saputo che il tragitto che avremmo dovuto compiere in origine era stato teatro di un attacco”.

La successiva visita pastorale era prevista per il marzo dell’anno seguente, ma l’ingresso dell’Arabia Saudita nel conflitto e l’escalation di violenze ha bloccato tutti i progetti: “Mi hanno chiamato dallo Yemen - racconta mons. Hinder - dicendomi di non venire. Poi due dei tre sacerdoti sono partiti durante la Settimana Santa, accogliendo le richieste del governo indiano [Paese di origine]. Ne è rimasto uno, ma nel 2016 anch’egli ha dovuto partire per motivi di salute”. 

Nella comunità cristiana è ancora viva la memoria dell’attacco di matrice jihadista al compound delle missionarie della Carità del 4 marzo 2016, in cui sono state uccise quattro suore e altre 12 persone. Nell’occasione gli estremisti hanno sequestrato un sacerdote, p. Tom Uzhunnalil, liberato nel settembre dell’anno successivo. “Sarebbe un sogno compiere la visita pastorale - sottolinea il vicario - per questo aspetto con ansia un miglioramento della situazione” che appare ancora lontano. 

È infatti dei giorni scorsi la notizia della morte di otto persone, fra i quali quattro bambini, nel contesto di un raid aereo che ha colpito un ospedale che opera in collaborazione con volontari e attivisti di Save the Children. Testimoni oculari riferiscono di un missile - partito con tutta probabilità da un caccia della coalizione araba a guida saudita - che ha centrato un benzinaio situato nei pressi dell’ingresso principale del nosocomio di Ritaf, area agricola 100 km a sud di Saada. Già in passato raid aerei di Riyadh avevano centrato ospedali o scuole, con vittime anche fra i bambini.

In Yemen si respira ancora un clima di grande tensione e violenze. “A volte - afferma mons. Hinder - sembrano emergere segnali di miglioramento, poi il processo si blocca perché manca la capacità di raggiungere un compromesso. Serve fiducia, ma manca il clima per ricostruirla”. A questo, prosegue, si aggiunge “chi guadagna dal conflitto e non ha alcun interesse che si fermi, attori conosciuti e sconosciuti ma che giocano una parte. Gli unici innocenti sono le vittime civili”. 

La guerra in Yemen divampata nel 2014 come conflitto interno fra governativi filo-sauditi e ribelli sciiti Houthi vicini all’Iran, degenerato nel marzo 2015 con l’intervento della coalizione araba guidata da Riyadh, ha fatto registrare oltre 10mila morti e 55mila feriti. Organismi indipendenti fissano il bilancio (fra gennaio 2016 e fine luglio 2018) a circa 57mila decessi. Per l’Onu il conflitto ha innescato “la peggiore crisi umanitaria al mondo”, circa 24 milioni di yemeniti (pari all’80% della popolazione) hanno bisogno urgente di assistenza umanitaria. I bambini soldato sarebbero circa 2500 e la metà delle ragazze si sposa prima dei 15 anni. 

“A livello umanitario - spiega il prelato - la situazione sembra peggiorata, ma la realtà cambia da regione a regione. Fra i nodi più critici la città portuale di Hudaydah, perché da quel settore entrano beni, merci, aiuti che vengono poi veicolati nell’area controllata dagli Houthi”, mentre il fronte opposto cerca in ogni modo di bloccare i rifornimenti. Vi è infine il problema di “trovare fonti affidabili e competenti, per la raccolta di informazioni”. “Ogni tanto - conclude - riesco a parlare con qualche cristiano ancora nel Paese, che non nasconde la sua preoccupazione per il futuro della Chiesa e dello Yemen. Cosa chiedono? Oltre alla pace, la possibilità di vivere la propria fede e avere di nuovo un sacerdote che si possa occupare delle loro necessità spirituali e materiali”. 

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