Corteggiando Pechino, papa Francesco perde la Cina (e Hong Kong)
di John Mok Chit Wai*

Parlare di “Cina” è rischioso: è un termine che può riferirsi alla cultura cinese, alla sua civiltà, al suo popolo ma anche allo Stato mono-partitico dominato dal Partito comunista cinese (Pcc), che di fatto rappresenta la Repubblica popolare di Cina. Con l’intervista ad Asia Times, il pontefice rischia di ricalcare l’Ostpolitik di Casaroli che ebbe effetti disastrosi sulla libertà religiosa dei Paesi comunisti. L’analisi di un accademico di Hong Kong.


Hong Kong (AsiaNews) – L'intervista che papa Francesco ha rilasciato ad Asia Times sta suscitando molte reazioni all'interno e all'esterno della Chiesa cattolica in tutto il mondo cinese. Alcune reazioni sono positive (v. l'editoriale del Global Times), altre sono negative, come quella che pubblichiamo qui.

Secondo diverse fonti (alcune non verificabili), il “dialogo” o negoziato fra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese (Rpc) è al momento in rapido progresso. Alcuni ritengono che presto si arriverà a un accordo. In una recente intervista concessa ad Asia Times, una testata di Hong Kong, papa Francesco ha definito la Cina “una grande nazione… una grande cultura, con una saggezza inesauribile”. Molti vedono in questa intervista un ulteriore gesto teso a corteggiare Pechino. Papa Francesco è un uomo di grande saggezza, ma sembra non avere davanti la completa situazione politica attuale della Cina. Un patto sino-vaticano in questo momento macchierebbe di certo la sua eredità.

Sin dai primi momenti del suo pontificato, papa Francesco ha espresso ripetutamente il suo desiderio di aprire un dialogo con Pechino. E ogni volta che ha parlato di Cina ha evocato la figura di Matteo Ricci, missionario gesuita italiano del XVI secolo che venne in Cina e divenne famoso per la sua scelta di immergersi nello stile di vita cinese per poter diffondere il Vangelo.

In Occidente molte persone tendono a vedere il conflitto tra la Chiesa e la Cina come un conflitto di tipo culturale, una sorta di “scontro di civiltà”. Quindi, per allentare la tensione, si deve entrare in un genuino dialogo inter-culturale. E questa è ovviamente anche la linea scelta dal papa. Sfortunatamente, vedendo la questione da questo punto di vista, il papa sembra non considerare che il nucleo del conflitto oggi non è fatto di incomprensioni culturali, e non si basa neanche sulla paura cinese dell’imperialismo culturale. Si tratta di un conflitto politico, che si basa sull’incompatibilità di fatto fra un dominio totalitarista e la libertà religiosa.

Il termine “Cina” è problematico: esso può riferirsi alla cultura cinese, alla sua civiltà, al suo popolo ma anche allo Stato mono-partitico dominato dal Partito comunista cinese (Pcc), che di fatto rappresenta la Repubblica popolare di Cina (Rpc). Il papa sembra ritenere che la "civiltà cinese" sia oggi incarnata dal Partito, ma la realtà è un po' diversa. Il Pcc porta avanti la politica più antagonista di sempre nei confronti della cultura cinese, sia della sua storia che a livello mondiale. Durante la “Rivoluzione culturale” il Pcc, guidato da Mao Zedong, ha cercato di sradicare ogni cosa potesse essere definita “reazionaria”: fra queste i templi, il confucianesimo, le religioni tradizionali, il movimento intellettuale ecc.

Le Guardie Rosse vedevano in Confucio il loro arci-nemico, colui che rappresentava il “vecchio mondo”. Alcuni importanti intellettuali neo-confuciani, che fuggirono a Hong Kong durante gli anni Cinquanta del secolo scorso, hanno più volte accusato il Pcc di attentare alla cultura cinese e sono arrivati a definirlo “la tribolazione della Cina”. Il famoso storico Yu Ying-shih, vincitore del premio John W. Kluge, una volta ha esclamato: “In quella terra [la Repubblica popolare cinese] non esiste Cina [la cultura cinese]”.

Alcuni potrebbero sostenere che di recente sia emerso una sorta di “Rinascimento cinese”: persino il Pcc sostiene gli insegnamenti di Confucio e apre Istituti dedicati al filosofo in tutto il mondo. Ma in realtà il Partito sta semplicemente rilanciando una versione del confucianesimo politico per diffondere l’ideologia statale, basata su patriottismo, lealtà e obbedienza incondizionata nei confronti dello Stato. Gli Istituti Confucio sono strumenti di propaganda del Partito. Per molti neo-confuciani questa filosofia dovrebbe essere umanistica e perfettamente compatibile – se non addirittura complementare – con la democrazia. Di sicuro lo stesso Confucio sarebbe contrario a un dominio inumano e a dei dominatori dal cuore duro.

Oggi la Repubblica popolare cinese non è simile a una dinastia Ming o Qing, e Xi Jinping non è un imperatore. Oggi un Matteo Ricci non sarebbe di alcuna utilità. Durante i dieci anni di dominio di Hu Jintao e Wen Jiabao, il Partito ha relativamente rilassato in maniera leggera il suo controllo sulla società civile. Ma la libertà religiosa è rimasta fuori da questo rilassamento e la modalità di nomina dei vescovi nota come “modello Vietnam” è stata rigettata.

Oggi si può sostenere che Xi sia il più potente leader del Partito dai tempi di Mao Zedong: tutti i poteri sono stati centralizzati e tutte le libertà sono state ristrette. Sperare in un patto che permetta alla Chiesa di agire in maniera libera e che metta il Pcc fuori dalle manovre importanti è pura ignoranza (oppure un segno di troppa fiducia).

Nel dicembre dello scorso anno un giovane sacerdote, p. Pedro Yu Heping della diocesi di Ningxia, è stato ritrovato morto in circostanze misteriose. Molti ritengono che la sua morte sia collegata al governo. Prima della morte p. Yu ha invitato la Santa Sede a non correre per ottenere dei risultati [con la Cina ndt]. Perché se in generale non esiste la libertà religiosa, come è possibile che la Chiesa ottenga il diritto esclusivo di agire in maniera autonoma?

Le persone devono imparare dalla storia. Durante gli anni Sessanta del secolo scorso papa Paolo VI, insieme con il suo capo della diplomazia, card. Agostino Casaroli, ha messo in pratica in maniera attiva la “Ostpolitik”, cercando il “dialogo” con gli Stati comunisti del Blocco orientale. Il risultato è stato disastroso.

In Ungheria l’eroe nazionale, cardinale József Mindszenty, rifiuta di inchinarsi al Partito comunista e viene rimosso dalla Santa Sede. La Chiesa inizia a collaborare con il Partito e – secondo George Weigel – la Conferenza episcopale finisce di fatto sotto il controllo dei comunisti. Per molti fedeli si tratta di un crollo morale: la loro lealtà alla Santa Sede viene tradita dalla stessa Santa Sede. Cercando di tenere viva la Chiesa, la Santa Sede ne svuota l’anima con le sue stesse mani. Abbandonando i principi morali e accettando il compromesso con le autorità politiche, la Chiesa non può più essere Chiesa. Bisognerà aspettare papa Giovanni Paolo II, che cambia l’approccio nei confronti del sostegno ai diritti umani, per vedere la Chiesa ottenere di nuovo la sua autorità morale.

La stessa storia (o addirittura peggiore) sembra che possa ripetersi con la Cina. Il papa è oggi circondato da un corpo diplomatico guidato dal cardinale Pietro Parolin, ammiratore di Casaroli. Alcuni, fra cui Vatican Insider e un buon numero di prelati, portano avanti una campagna per sostenere e magnificare il possibile prossimo accordo, sottolineando che persino molti vescovi e laici della Chiesa “sotterranea” di Cina sono impazienti di vederlo realizzato.

Tuttavia su Chinacath.com – un media online molto popolare di cattolici cinesi – molte persone criticano con forza ogni compromesso al ribasso che la Santa Sede potrebbe accettare per imbonire Pechino. Sfortunatamente queste voci non entrano mai nelle orecchie degli addetti ai lavori.

Si vocifera che presto il papa manderà i suoi “missionari della misericordia” di nuova nomina nella Repubblica popolare cinese, per perdonare quei vescovi illeciti che sono stati “nominati” dall’Associazione patriottica, mentre la questione dei vescovi e dei sacerdoti in prigione rimane fuori dall’agenda dei dialoghi. Se fosse così il patto sarebbe non soltanto umiliante, ma ingiusto. Il vescovo emerito di Hong Kong, card. Joseph Zen Ze-kiun, si è opposto con frequenza e in maniera aperta a un simile accordo: ma viene tenuto ai margini e trattato con poca considerazione.

Lo stesso avviene per Hong Kong. Qui la Chiesa è stata per lungo tempo una forza a sostegno della democratizzazione della società e una voce a favore dei diritti umani. Tuttavia, sotto la guida dell’attuale vescovo cardinale John Tong-hon, la Chiesa sembra sempre meno desiderosa di denunciare le violazioni dei diritti umani e civili, come pure la repressione del Partito comunista cinese e del suo sodale, il governo della Regione autonoma speciale [di Hong Kong ndt].

Alcuni ritengono che dietro questo comportamento vi sia un importante motivo, ovvero che nella Chiesa molte persone – fra cui lo stesso card. Tong – non vogliono irritare Pechino per non ostacolare i negoziati sino-vaticani. Ancora una volta, il rischio è che la Chiesa sacrifichi i suoi principi morali per lisciare l’autorità politica. Alcuni fedeli sono oltraggiati da questo silenzio di tomba e da questa collaborazione passiva. Un accordo fra la Chiesa e il Pcc sarebbe di detrimento per l’attivismo cattolico di Hong Kong, e allontanerebbe molti fedeli giovani.

L’autorità della Chiesa è sempre morale, mai politica o economica. E “il sangue dei martiri è il seme della Chiesa”. Papa Francesco parla spesso delle sofferenze e del martirio dei cristiani del Medio Oriente, ma non ha mai pronunciato una singola parola sulla rimozione delle croci o sulla demolizione delle chiese in Cina. Gesù non ha dato vita a un movimento politico o a una rivoluzione, ma non si è neanche inchinato alla pressione politica. Non si è mai compromesso con le autorità per diffondere le sue parole. Gesù non accetta compromessi.

Mi appello ai vescovi, al clero, ai fratelli e alle sorelle di tutto il mondo: per favore, pregate per i nostri fratelli e sorelle perseguitati in Cina. Possano essere colmi della grazia di Dio, in modo da poter portare avanti la loro coraggiosa testimonianza di fede. 

*The Chinese University of Hong Kong

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